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“Crepe”, un titolo ispirato per la mia intervista sulla rivista Sentieri nelle Medical Humanities

«Crepe», Intervista allo scrittore Marco Steiner

– di su Sentiere nelle Medical Humanities, la rivista della Fondazione Sasso Corbaro

Lo scorso 15 marzo, ho avuto la fortuna di moderare un incontro presso La Casa della Letteratura per la Svizzera italiana tra gli scrittori Paolo Milone, amico di lungo corso della Fondazione Sasso Corbaro (qui potete rivedere la presentazione del suo L’arte di legare le persone) e Marco Steiner.  

La serata, grazie a Paolo e Marco, è stata un vero successo. Non solo i biglietti per l’evento sono andati, come si dice, “sold out”, ma il pubblico, molto entusiasta, si è soffermato a lungo alla conclusione a parlare con i due ospiti, facendo loro domande e ascoltando incuriositi i molti aneddoti che questi avevano ancora da raccontare.  

Il fortunato moderatore ha poi avuto il piacere e l’onore di continuare la serata andando a cena con i due scrittori. Chiacchierando del più e del meno, “tra un bicchier di vino ed un caffè”, ho potuto conoscere meglio Marco Steiner, raccontargli di questa rivista, delle altre attività di cui si occupa la Fondazione e, soprattutto, gli ho strappato la promessa che saremmo rimasti in contatto…  

Beh, quella promessa è stata da entrambi mantenuta.  

Marco, visto che a marzo alla Casa della Letteratura ci è stato proposto dagli organizzatori di «navigare l’ignoto, attraversare la follia» e visto che proprio di quest’ultima, la follia, ti chiesi quella sera di darmi una tua definizione… ti va di riproporla anche qui, ai i lettori dei Sentieri? 

“Follia”, servono diverse parole per descrivere questo concetto: alienazione da sé, sentirsi in un altrove, non quello dei poeti, ma in un’assenza o in una realtà diversa, un’esasperata soggettività e poi disorientamenti, smarrimenti, traumi, fragilità, disagi più o meno importanti e duraturi, percorsi e derive che ci parlano di sconfinamenti, rasentano la “follia”, ma fondamentalmente ci raccontano che siamo tutti feriti, che siamo, in qualche modo, frammenti dello stesso dolore” come ho scritto nel romanzo La nave dei folli 
Questo metaforico navigare l’ignoto per attraversare la follia diventa, dunque, un tentativo di viaggio verso la nostra sanità originaria della nascita ed è un vero percorso con cui si affina e rinforza la capacità di vivere e affrontare la vita, nonostante traumi, fragilità e vulnerabilità, con cui dobbiamo, inevitabilmente, fare i conti.  

È giusto, dunque, parlare di crepe, ferite, cicatrici che possono aprirsi e riaprirsi al ripetersi di determinate situazioni. «Nella vita, come nel mare, ci sono momenti di tempesta, momenti di calma, nebbie fitte e dense, nuvole basse, il vuoto oppure il sole abbacinante. È la vita. Siamo su questa nave per ritrovarci, per riunire i lembi delle nostre ferite…in certe circostanze può succedere di essere vicini alla morte, oppure vicini al momento in cui ci si sente spegnere come una candela sfinita, non importa qual è stato il motivo che ci ha portati a quel punto, eppure, ogni volta, attraverso un racconto, un incontro o una semplice frase si può ritrovare una maniera diversa per continuare a vivere…» (tratto da La nave dei folli) 

A queste mie parole aggancerei i versi di Leonard Cohen: «There is a crack, a crack in everything, that’s how the light gets in…». C’è una crepa, una crepa in ogni cosa – canta Cohen nel suo magnifico brano Anthem – ma è da lì che entra la luce – aggiunge. Queste crepe, segni, cicatrici raccontano senza bisogno di inutili parole i nostri passaggi, i transiti, i superamenti e fanno intravedere la nostra personale, unica e irripetibile storia.

Serve però attenzione per vedere oltre quelle crepe e cicatrici, serve immaginazione e ascolto profondo per interpretare le parole non dette.

Non mi sono mai piaciute le cose troppo perfette, lucide, patinate. Non mi è mai piaciuto scrivere su un tavolo dal piano di vetro, preferisco appoggiare le mani, la carta o il computer su una superficie di legno, meglio se un po’ usurato, un legno che abbia vissuto una storia. 

Ricordo che un giorno, durante un viaggio in Argentina, entrai in un caffè a Buenos Aires, mi trovavo nel quartiere di San Telmo, ma era sera tardi e c’era poca gente in giro, alle pareti campeggiavano ritratti di scrittori e personaggi che avevano frequentato nel tempo quel famoso locale, c’era il mitico cantore del Tango Carlos Gardel e altri musicisti con fisarmoniche o chitarre fra le mani e poi c’era una fotografia di uno dei miei scrittori preferiti, Jorge Luis Borges, aveva il suo tipico sguardo sognante e un po’ annebbiato, l’intera immagine era tagliata in due da un filo di fumo che saliva in verticale da una sigaretta infilata fra le sue dita. Il tavolo a cui ero seduto era vecchio, usurato, segnato in più punti da incisioni che sembravano unghiate nere, sui bordi era macchiato dalle bruciature lasciate da sigarette consumate e dimenticate in silenzio. «Questo è il tavolo dove si sedeva quel Metafisico Immortale, señor». Mi disse il titolare del locale indicandomi la fotografia quando mi vide sfiorare una di quelle macchie nere. Sorrisi e per ringraziarlo della complicità ordinai un altro bicchiere di Malbec. 

Quella “cicatrice” mi riportò dentro ai “labirinti” e fra le nebbie delle “finzioni”. Quei segni neri sul tavolo mi disegnarono i fiumi di parole che quell’immenso scrittore era stato capace di tracciare esplorando le profondità dell’animo umano per poi vagare al di fuori dalla realtà, per raccontare storie libere da ogni confine e limite spazio-temporale. «L’unica vera letteratura è quella fantastica a partire dal viaggio di Ulisse, il resto può essere definito storia o, al limite, buon giornalismo, ma il racconto della realtà non basta» diceva Borges in una magnifica intervista rilasciata allo scrittore Arbasino che avevo ascoltato decine di volte. 

Tu hai scritto di recente quella che io definirei una dualogia ideale sulla follia, composta da Isole di ordinaria follia (un’opera ibrida e frammentaria che mischia la non fiction, la fiction e la fotografia di Marco D’anna e Gianni Berengo Gardin) e da La nave dei folli (un romanzo puro, una straordinaria avventura nei mari del mondo e… della mente). Mi parli un po’ di questi libri: cosa li lega a te e cosa li lega tra di loro?  

Questi libri raccontano in due diverse modalità l’attitudine all’ascolto che mi ha guidato fin dal primo momento in cui mi sono ritrovato negli archivi dell’ex-manicomio di San Servolo, un’isola malinconica, luminosa e oscura allo stesso tempo, un pezzo di terra infilata nel mezzo della laguna veneziana, ma profondamente diversa dalle atmosfere di maschere e le luci della sfavillante piazza San Marco.  

La prima volta, ci sono entrato, guidato dall’eccezionale lavoro fotografico sui manicomi realizzato da Gianni Berengo Gardin negli anni ‘70, volevamo tornare insieme negli stessi luoghi a distanza di tempo (cinquant’anni) per raccontare e fotografare i cambiamenti e, soprattutto, quello che era rimasto. Poi, però, a causa di un problema di salute del Maestro sono arrivato a San Servolo soltanto con Marco D’Anna e il mio caro amico psicologo, Antonio Dragonetto, che da anni andava lì a studiare le cartelle cliniche dei ricoverati e che aveva già preparato il terreno alla nostra visita con la direzione del Museo della Follia e con gli archivisti. Berengo mancava, ma avevo ancora negli occhi le sue fotografie e le immagini dei suoi “matti”. Il Maestro sarebbe stata una presenza fondamentale per quel lavoro, stavo per rinunciare, ma spinto dall’entusiasmo dei miei due compagni di viaggio ho deciso di avventurarmi sull’isola.  

E lì è iniziato un vero viaggio immaginario. Immediatamente, appena entrato nei locali dell’archivio, sono stato avvolto e circondato dalla mole delle schede diagnostiche di ammissione e mi sono reso conto che quel manicomio era stato aperto nel 1725 e chiuso nel 1978. Ho letto le ultime cartelle e ho avuto in mano i primi registri di ammissione, fra questi c’era un antico volume ingiallito vergato con una magnifica calligrafia, l’occhio si è soffermato sul nome di un ricoverato che si chiamava Mattio Lovat, un ciabattino di Forno di Zoldo, un paese delle Dolomiti bellunesi che si era auto-crocifisso perché voleva salvare il mondo dal peccato e in pratica era diventato “folle” per una delle ragioni più comuni in quelle valli a quell’epoca: la povertà. Molti individui in quelle zone si cibavano quasi esclusivamente di polenta e, privi degli apporti nutritivi dei cibi freschi, erano affetti da una malattia piuttosto diffusa, la pellagra, una carenza, o meglio, il mancato assorbimento delle vitamine del gruppo B con conseguenze, in determinati casi, disastrose. Allora la pellagra, la malattia della pelle “agra”, cioè secca e squamosa veniva definita la malattia delle 3 D: dermatite, diarrea e demenza, appunto. 

Povertà, malattia, delirio, disperazione che portano inesorabilmente alla malattia mentale, questo è stato il mio primo contatto con la “follia”.

Poi mi è capitata fra le mani un’altra cartella clinica, quella di una paziente molto più recente, la sua diagnosi di ammissione era: “Ipomoralità costituzionale”. Sono rimasto allibito, mi sono informato meglio e sono entrato in quella storia, la tragedia di una ragazzina che subisce violenza dal padre, fugge dalla famiglia per evitarlo e liberarsi da lui, viene avviata alla prostituzione da un paio di “amici”, ma appena viene a sapere che suo padre è morto tenta di evadere da un istituto di suore nel quale, nel frattempo, è stata rinchiusa, ma si ferisce al braccio rompendo una vetrata, viene ricoverata in ospedale e quell’incidente viene interpretato come un tentativo di suicidio in soggetto affetto da “ipomoralità costituzionale”. Quella ragazzina, me la sono ritrovata davanti, era diventata col passare del tempo una donna, c’era la sua fotografia sulla scheda e mi fissava.

Quegli occhi erano due crepe.

Quella donna era rimasta rinchiusa a San Servolo per tutta la vita, fino alla chiusura del manicomio, agosto 1978, a seguito dell’entrata in vigore della legge 180, la legge Basaglia. «Non scriva il suo nome, la signora è ancora in vita e vive in una struttura protetta perché ha perso ogni capacità di vita autonoma». Mi ha detto gentilmente il Direttore del Museo del manicomio. Quel nome non l’ho scritto, ma non dimenticherò mai quello sguardo e quella storia e, soprattutto, la pochezza e l’inconsistenza psichiatrica delle diagnosi di ammissione di quasi tutti gli altri casi. 

Isole di ordinaria follia è nato così, le cartelle erano tantissime, ma ho cercato di dare voce a sette personaggi femminili e a sette maschili immaginando le loro storie drammatiche e, a volte, ruvidamente poetiche. Non ho voluto scrivere storie precise e circostanziate, ho provato a immergermi nelle loro esistenze liquide e negate. Ho provato a immaginare quelle quattordici esistenze come fossero i sette figli e le sette figlie di Niobe, la madre diventata “folle” perché gli dèi per punirla della sua “Hybris”, la tracotanza, le avevano ucciso l’intera prole condannandola a diventare una fontana di pietra che potesse, come estrema bonaria concessione, piangere per sempre, nel silenzio, il suo immenso dolore ed essere di monito agli altri esseri umani.

Ho provato ad ascoltare le voci di chi non aveva potuto esprimere la propria voce.

Ma dopo questa storia, anzi, dopo essere entrato in queste storie non mi potevo fermare perché certi argomenti smuovono l’anima e la mente e così, anche in virtù alla mia propensione alla scrittura d’avventura in particolar modo marina, ho immaginato di far arrivare a San Servolo, in una strana notte rischiarata da due lune, un veliero misterioso. È nato così il secondo romanzo, La nave dei folli, volevo immaginare una possibilità di fuga, o forse di riscatto e di recupero esistenziale per alcuni degli internati guidati da un marinaio, un uomo che era riuscito ad avere una conversazione liberatoria con un dottore diverso dagli altri, un medico che era riuscito ad ascoltarlo e, in qualche modo, ad avviarlo al confronto con i dolori del suo passato. In questo secondo romanzo c’è un viaggio Fantastico verso un altrove possibile, c’è qualcosa che sembra una fuga, ma nel corso di quest’avventura racconto soprattutto la visione e il superamento del disagio, il transito verso la vera Isola del Tesoro: la guarigione. 

Per quella chiacchierata di marzo, ho cercato qualcosa che mettesse te e Paolo Milone su un terreno neutro – tipo quei match sportivi giocati da entrambe le squadre “fuoricasa”. Avevo bisogno di proporvi un testo che legasse la malattia mentale e la letteratura ma che vi distanziasse da quanto avevate già scritto a riguardo. A venirmi in aiuto è stato un libro per me molto importante, Morire di Classe del 1969, ripubblicato come Manicomi, di Gianni Berengo Gardin, le cui foto – in realtà, i contact sheet di quelle foto – sono anche presenti nel tuo Isole di ordinaria follia. All’interno di Manicomi, che è un insieme di reportage fotografici fatti da Gardin tra il 1968 e il 1970, da Parma, Gorizia, Firenze e Venezia San Servolo (l’isola da cui parte l’avventura di Indio, il protagonista de La nave dei folli), c’è un saggio che si intitola Che cos’è la psichiatria? scritto da Franco Basaglia, lo psichiatra padre di quella legge 180 che nel 1978 decretò, almeno sulla carta, la chiusura dei manicomi in Italia. Ah, tra l’altro, quando Che cos’è la psichiatria? venne pubblicato per la prima volta nel 1967 recava in copertina un autoritratto del tuo grande amico Hugo Pratt, con una camicia di forza non allacciata – che potenza quell’immagine! Franco Basaglia che lo scorso 11 marzo avrebbe compiuto 100 anni, parla in questo saggio di psichiatria, partendo dalla letteratura e citando Sartre: «C’è un’ambiguità nelle parole: – da un lato non sono che parole – “letteratura”; dall’altro designano qualcosa e a loro volta agiscono su ciò che designano: modificano. La letteratura deve giocare su queste ambiguità. Se si pone l’accento più sull’uno che sull’altro aspetto, o si fa della letteratura di propaganda o la si riduce a quel nulla che non vuol essere… Ma se si mantiene fermamente l’ambiguità, se non si sacrifica né l’uno né l’altro aspetto delle parole, si sarà già a buon punto per fare la vera letteratura: una contestazione che contesta sé stessa». Siccome i tuoi libri non mi sono sembrati né letteratura di propaganda, né «quel nulla che la letteratura non vuol essere», mi dici il perché della scelta di parlare di malattia mentale utilizzando la tua arte?  

Perché per principio generale e metodo naturale racconto quello che sento senza pormi un obiettivo intellettuale o una precisa destinazione narrativa e quello che ho vissuto fra le cartelle diagnostiche di quell’isola aveva smosso l’ex-medico che vive ancora in me, cioè l’uomo che vuole capire e, se possibile curare, e lo scrittore e il viaggiatore che sono diventato dopo aver dato una svolta alla mia vita. Il medico voleva ascoltare in profondità determinate vicende, ma lo scrittore non voleva farne un trattato da analizzare come fosse una fredda sezione anatomopatologica da distendere sopra a un vetrino per poi studiarla al microscopio. Tempo fa ho scritto una frase che riassume questo concetto:

«Per vedere le cose, non devi guardare le cose, devi sbatterti dentro, graffiare sul fondo, sanguinare e, dopo, uscirne ridendo».

Questo è il motivo per il quale ho scritto questi due libri che considero una mia ricerca personale sulla sofferenza, la solitudine, il disagio, l’incomprensione e l’ascolto, ma con un ampio spazio dedicato alla possibilità e alla necessità, tramite il superamento delle difficoltà, di uscire dall’abisso per ricercare aria nuova e un orizzonte diverso e luminoso. «La mira dell’artista deve essere superiore a quella dell’arciere, perché punta all’infinito», scriveva Valentino Zeichen un poeta anticonformista che ha conosciuto l’emarginazione e il dolore. 

Crepe Medical Humanities

Cambio ora totalmente argomento. Tu sei un grandissimo viaggiatore. Se il Novecento è stato, secondo alcuni, il secolo del “tempo”, adesso si dice che siamo nell’epoca dello “spazio”. Quanto i luoghi geografici che hai visitato e frequentato hanno influenzato la tua scrittura?  

I luoghi geografici che mi hanno ispirato maggiormente sono quelli vuoti, cioè totalmente liberi, i deserti di varie zone geografiche del mondo; i tratti di mare sconfinati dove non si vedono coste, ma solamente l’incerto confine fra cielo e mare; le pampas della Patagonia; le candide distese di sale che diventano azzurre, rosa o viola con il cambiare delle luci; le steppe gelide della Mongolia. Sono luoghi liberi e aperti al passaggio e all’immaginazione, sono un po’ come dei fogli bianchi sui quali è possibile intravedere e scrivere storie.  

Arriviamo ora alla forma del tuo scrivere. Tu intervalli nei tuoi libri una prosa poetica – a volte inserisci delle vere e proprie poesie – con una prosa, passami il termine, più “tradizionale”. Perché questa scelta?  

Perché ho cambiato e forse migliorato il mio modo di scrivere da quando ho iniziato a leggere le mie storie a voce alta e in certi momenti sentivo la necessità di una pausa, per uno sguardo a chi mi stava ascoltando o per immaginare meglio la situazione che avevo appena descritto, 

come in questo momento.
Si sta bene con uno spazio libero,
lo sguardo si distacca dalla riga,
c’è una specie di confronto con il lettore,
quasi un respiro,
una musica lontana,
si ascoltano le parole,
determinati momenti diventano note invisibili,
e si percepiscono i silenzi fra le parole,
che non sono vuoti.
Per questo in certi momenti sento il bisogno di scrivere così.
 

Un amico esperto di letteratura ha definito questo procedere letterario “prosimetro”. Racconto storie, emozioni, fatti e stati d’animo in “quasi versi” per cercare di arrivare al centro di ogni lettore. 

Dopo le parole, in chiusura, vorrei che parlassimo anche di arti visive: di fotografia, fumetto e cinema… dei tuoi amici Marco D’Anna (fotografo), Hugo Pratt (fumettista), Stefano Knuchel (regista)… che ruolo hanno giocato e giocano, nella tua vita e nella tua produzione, queste arti e queste relazioni con altri artisti? 

Ti ringrazio per questa domanda, la risposta mi viene estremamente naturale:

la mia scrittura è nata fin dall’inizio dalla visione.

Ho iniziato a scrivere professionalmente partendo dai fumetti di Hugo Pratt, ho collaborato con lui nel trasformare in romanzi due delle sua grandi storie: Una ballata del mare salato e Corte Sconta detta Arcana come ho detto prima, non ho scannerizzato e trasformato in letteratura le sue storie, l’inizio di tutto è proprio qui, Pratt mi ha concesso la magnifica libertà di “entrare” nelle sue storie e modificarne certi particolari e situazioni, mi ha stimolato ad espandere lo sguardo oltre al susseguirsi delle vignette e come in un vero viaggio iniziatico, ho scoperto che lui stesso aveva lasciato tracce, personaggi da approfondire, piste da cui partire per magnifiche digressioni, veri e propri vagabondaggi letterari. 

Poi sono arrivati quindici anni di viaggi con Marco D’anna in giro per il mondo sulle tracce imprecise di Corto Maltese nei luoghi reali attraverso i quali quel personaggio di fantasia non era mai passato cento anni prima. Dovevo scrivere le prefazioni a tutte le avventure di Corto e Marco D’Anna doveva trovare suggestioni più che carpire immagini in quei luoghi. Questi viaggi sono stati fondamentali per me per cercare ogni volta di ascoltare oltre ai racconti delle persone che incontravamo lungo la strada, anche le atmosfere dei luoghi geografici. Non dimenticherò mai il silenzio e lo spazio di mare libero visibili dalla tomba di Robert Louis Stevenson situata ad Apia, in cima al monte Vaea. Da lassù, accanto a quelle pietre bianche, in mezzo agli alberi smossi dal vento, guardando il Pacifico ho respirato il concetto di infinito.  

Poi ci sono stati l’infinito sferragliare, i gelidi paesaggi e gli incontri impensabili avvenuti sui treni che percorrono la Transmongolica e la Transiberiana che separa Pechino da Mosca e tanti altri percorsi in diversi luoghi del mondo. Quei viaggi sono stati un caleidoscopio magico in cui si alternava una giostra di immagini reali e di immaginazione. 

E poi non posso non nominare quel “visionario” di Stefano Knuchel perché lavorare con lui alla sceneggiatura del documentario Hugo in Argentina è stato ancora una volta entrare fisicamente nella storia di quel periodo fondamentale della vita di Hugo Pratt. Parlare con lui, leggere brani appena scritti per lui, viaggiare con lui è stato entrare davvero in un mondo di visioni, non di semplici immagini da mettere in fila. Il suo metodo rigoroso di consultare gli archivi per poi collegare le realtà storiche alla più libera fantasia sono la dimostrazione che la tecnica narrativa prattiana ha segnato un magnifico sentiero da percorrere per continuare a inventare storie in una maniera assolutamente originale e autentica.

Allargare l’immaginario dei lettori per me vuol dire restituire un regalo che la vita mi ha fatto, per questo scrivo, a cominciare da queste parole chiave: «C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce».

 

 

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Il giovane psichiatra (Una storia)

Il giovane psichiatra (Una storia)

Il giovane psichiatra

Quando sono arrivato, ero giovane, entusiasta, ma poi è bastato poco, spesso succede così, non solamente in un manicomio. Le regole, i superiori, qualcuno, non importa chi, comunque quelli che seguono sempre la corrente, provano a tirarti in basso, nella corrente, con loro, se hai idee nuove ti legano al molo e buttano un’ancora in più, tanto per essere sicuri che non riuscirai a mollare gli ormeggi e partire.

La diversità spaventa, sempre e comunque.

Io arrivavo presto al mattino, volevo aiutare, invece non dovevo pensare, non dovevo fare niente di mia iniziativa, lui arrivava all’alba, aveva già fatto il giro di visite, controllato le terapie e guardato tutti dall’alto al basso, aveva setacciato il suo regno da cima a fondo e tutto filava regolare e ordinato come piaceva a lui, nella corrente. La macchina era oliata e a quel punto poteva fare l’unica cosa che gli piaceva: rintanarsi nel suo mondo preferito, la sala anatomopatologica, lì segava crani e sezionava cervelli e studiava quello che usciva dal controllo, cercava l’errore, il pezzo rotto nella testa dei suoi matti.

Io ero uno dei soldatini, dovevo eseguire le terapie che il Direttore lasciava scritte nelle salette dell’infermeria. All’inizio per me furono docce fredde, forse peggiori delle “docce” e dei bagni “idroterapici” riservati ai malati.

Quando vedevo girare l’infermiera con il carrello delle terapie, quando sentivo il cigolio delle ruote e l’odore delle medicine mi si attorcigliavano le budella.

Sono dimagrito molto in quegli anni.

Di quel periodo, sopra ogni cosa, mi rimase impressa una scena.

Quel giorno, come al solito, stavamo facendo il giro delle corsie, lui in testa e nell’ordine, medici, suore e infermieri, il codazzo del suo esercito.

Il direttore si fermò davanti a uno stanzone aperto, un grande ambiente, era la sala mensa, non c’era niente e nessuno, eccetto tavoli e sedie, un vago odore di minestra, e lui, dopo uno sguardo attento, si precipitò dentro per riallineare una sedia, una sola, rimasta fuori posto.

Continuammo il giro, mi sembrò di leggergli in faccia un sorriso soddisfatto.

Io ero il più giovane, non avevo trovato una stanza in città e rimanevo a dormire sull’isola. Mi fece diventare lo specialista dello shock insulinico.

Un’iniezione lenta d’insulina, il sonno profondo, quasi una morte, e poi, lentamente lo zucchero, il risveglio. Non capivo perché lo stavo facendo, ma in qualche modo era un gesto di comprensione, per i malati era quasi un sottile piacere.

Il Direttore, burbero, sempre sgarbato con tutti, un giorno mi disse che “avevo la mano”. Rimasi sorpreso, per lui era un gran complimento.

Ma forse non era solo la mia mano.

Li ascoltavo e ci parlavo. La medicina mi diceva che era lo zucchero a svegliarli dal coma, io preferivo pensare che fossero le mie parole. Mi piaceva pensare così e decisi di continuare. Le mie erano le prime parole che quei disgraziati sentivano dopo il sonno artificiale.

Volevo dire e fare non soltanto quello che sapevo, cercavo quello che sentivo.

E poi, dato che non dovevo riprendere il vaporetto per Venezia, di notte continuavo a parlare con i matti.

Senza allineare tavoli, sedie, matite e pensieri.

Li ascoltavo o restavo in silenzio con loro, aspettavo, raccoglievo le storie, le loro e quelle delle famiglie, m’interessavano soprattutto quelle più assurde e i pensieri più staccati dalla realtà, li lasciavo liberi di ridere, di strafare, avevo un unico sistema, non giudicare, lasciarli parlare a briglia sciolta, sempre.

Mi piaceva ascoltarli, mi piaceva parlare con loro, mi sentivo più vicino a loro che alle suore nevrotiche, agli infermieri ignoranti, ai colleghi menefreghisti.

Ero diventato invisibile e stavo bene così. Quello che facevo non era previsto né ordinato dal Direttore. Non potevo nemmeno scrivere le mie note sulle cartelle cliniche, solo lui le poteva compilare.

Ma conservavo e annotavo tutto sui miei manoscritti.

Dopo tre anni me ne sono andato. Da allora ho sempre continuato a parlare con i “matti” e ovunque andavo, ascoltavo, parlavo, cercavo le fantasie e lottavo contro i deliri. Ho imparato dalla mia invisibilità, ho imparato da quella sedia spostata, ho imparato a non mettere ordine e distanza.

Ho imparato a non seguire la corrente della distinzione ma solo il sogno della comunicazione.

E sono rimasto solo.

I percorsi sotto la linea del mare sono lunghi e tortuosi, ormai l’ho capito.

Ora anch’io non ci sono più, sono stato fulminato dalla freccia del tempo, ma a San Servolo ci torno. È bello vagare libero nello spazio e nel tempo, non cercavo mia madre Niobe né i miei fratelli e sorelle, quelle erano soltanto storie passate, io volevo ripercorrere i corridoi, anche adesso sono invisibile e sono ancora più libero di ascoltare le voci che raccontano, è un passato che vive.

Basta chiudere gli occhi, sentirsi addosso il dolore, solo così si riesce ad ascoltare ed entrare.

Io non dovevo avere un nome, volevo soltanto essere uno dei tanti.

Non lo sono stato.

Il mio nome è stato scritto e pronunciato mille volte, dopo.

Sono uno di quelli che hanno provato a cambiare.

 

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Hikikomori, da “Isole di ordinaria follia”

Hikikomori, da “Isole di ordinaria follia”

Questo racconto fa parte del libro “Isole di ordinaria follia”, un libro che nasce dalle forti sensazioni/riflessioni/emozioni che ho provato dopo la lettura di una serie di schede di pazienti internati nell’ex-manicomio dell’Isola di San Servolo a Venezia.

Ho scelto di condividere questo racconto nel momento del nostro strano periodo di reclusione impostaci dall’epidemia di Coronavirus perché penso che in questo particolare momento d’immobilità forzata forse è più agevole riuscire a capire chi è costretto alla reclusione da una patologia o dalla “semplice” impossibilità nel riuscire a comunicare “normalmente” con gli altri.

Io e l’altro, è un tema molto importante, ma in questo racconto non si parla di comprensione o di empatia, qui si entra letterariamente nei panni dell’altro…

Buon viaggio.

Hikikomori

Non è difficile raggiungere l’isola, a me non serve il vaporetto, né le ali di un gabbiano e nemmeno le cartelle di un archivio da sfogliare con le fotografie dei pazzi. Mi basta una nota d’organo per entrare dalla chiesa, vanno bene anche gli accordi di una chitarra che segue le scie di sei note che volano come aerei sopra al deserto, non mi serve un microscopio per studiare fette di cervello, né le correnti azzurre dell’elettroshock che mi vorrebbero sbattere fra le nuvole del tempo o i fra i lampi di Zeus insieme alle frecce appuntite dei suoi figli, Apollo e Artemide, conficcate nel petto di quattordici disgraziati.

Che orrore di scena, roba d’altri tempi, io, per mia fortuna, vivo nel presente, sto bene qui e soltanto qui, in camera mia, anche perché da qui riesco ad arrivare ovunque, nello schermo del mio computer c’è un buco nero, un lungo tunnel interstellare che mi porta dove voglio e posso vagare, perdermi nello spazio, trovare storie e poi tornare al sicuro, nel mio nido tranquillo.

Mia madre non si chiama Niobe, lei si chiama Yume, che in giapponese vuol dire “sogno” e i suoi piccoli gesti sono tutto quello di cui ho bisogno.

Le mie necessità sono semplici, mi basta un po’ di cibo, l’acqua o il tè e una buona connessione alla rete.

In questo mio mondo c’è tutto quello che serve, posso comunicare con tutti, confrontarmi con tutti.

Voi non avete la minima idea della mia abilità con certi giochi.

Sono grasso e pallido, ho trent’anni e sto davvero bene in questo posto, l’ho già detto, a parte il fatto che quando mi ritrovo davanti allo specchio del bagno distolgo lo sguardo perché non mi piaccio. Non mi sono mai piaciuto, ma adesso ho trovato la soluzione. Non stavo bene a scuola e nemmeno al lavoro, perché per un breve periodo sono riuscito anche a trovare un lavoro, tanto per accontentare mia madre. Mi sudavano le mani, sbiancavo quasi sempre, non riuscivo a dire una parola con nessuno, non parliamo di quando i capi mi rivolgevano un ordine. Un giorno sono caduto a terra, svenuto, il capo mi aveva chiamato nella sua stanza, avevo bussato piano ero entrato e lui invece di parlarmi aveva continuato il suo lavoro, poi aveva alzato la testa e mi fissava con un’espressione strana, mi faceva paura, sembrava domandarsi chi fossi e cosa volessi. Rimase a fissarmi senza dire una parola e io mi sentii le gambe che cedevano e poi tutto diventò buio. “Crisi di panico” scrissero e me ne andai, non ce l’avrei fatta a sostenere un altro sguardo del genere. Anche mia madre fu contenta perché eravamo rimasti soli, mio padre era sparito con una donna molto giovane, ma i soldi che ci aveva lasciato bastavano per andare avanti. Da quel giorno sono rimasto a casa, adesso sono quasi dieci anni che vivo nella mia stanza.

Posso sapere tutto quello che succede ovunque,

m’è anche capitato di entrare nell’isola,

ho sfogliato le fotografie di Gianni Berengo Gardin sui libri,

ho visto la chiesa con le due torri

ho ascoltato l’organo Nachini su YouTube

ho visto i giardini, le stanze e i lunghi corridoi dell’isola con Google Hearth,

ho anche consultato gli orari del vaporetto linea n°20 che arriva fino all’isola.

Poi mi sono annoiato perché non c’è un’interfaccia interattiva, potevo soltanto guardare e dopo due minuti avevo già visto tutto. Io così non mi diverto.

Vivo nella mia stanza, è piccola ma c’è quello che serve, sembra poco, ma è il mio mondo, quello che non mi fa paura.

Là fuori c’è Tokio, la grande città.

Provavo terrore ogni volta che uscivo, c’era sempre tutta quella gente che camminava e non sapevo dove andavano, tutti avevano fretta, era un vortice che mi girava intorno, quella giostra mi stordiva e quasi tutti indossavano una mascherina bianca sulla bocca e io no, avevo paura di ammalarmi e le macchine erano tutte troppo colorate, troppo veloci, suonavano, frenavano, esalavano fumi irrespirabili e la pioggia era grigia e amara, mi rigava la pelle, l’epidermide si raggrinziva, poi penetrava e mi corrodeva le cellule del connettivo.

Le metropolitane si riempivano di milioni di corpi appiccicati che si stringevano e ondeggiavano alle fermate mentre milioni di acari e insetti continuavano a salire con loro, passavano di giacca in giacca e, stridendo sull’acciaio, quelle mostruose grandi scatole di latta chiudevano le porte e correvano sibilando e io restavo senza parole, in mezzo ai loro odori, alle ragazze che mi strofinavano i capelli in faccia mentre io volevo solo annullarmi nell’infinito e sparire.

Nelle strade bagnate le insegne luminose si rispecchiavano, mi abbagliavano e ammiccavano, i volti delle modelle mi guardavano, ridevano fra loro e mi prendevano in giro perché non ero bello, non ero elegante, ero soltanto grasso e puzzavo di sudore. Tutte quelle donne dei manifesti mi accecavano con colori intermittenti, si arrampicavano sui vetri dei palazzi e salivano sempre più in alto solo per riuscire a oscurare il cielo, dovevo abbassare la testa, sentirmi sempre più insignificante e, continuando a guardare milioni di scarpe che si muovevano come scarafaggi, dovevo evitare gli sguardi che continuavano a fissarmi.

Io preferisco la mia stanza, ci sto bene qui dentro, sono tranquillo.

C’è tutto: il mio letto, le ciabatte di panno morbido, la sciarpa marrone, il cappello di lana, i miei fumetti sparsi in giro e poi c’è Yume, mia madre, che come un bel sogno arriva sempre al momento giusto, bussa alla porta e mi lascia fuori il cibo, il tè verde e scappa via, scompare perché sa che non mi piace parlare.

Entro nel mio schermo e parlo con chi voglio, leggo, cerco, trovo e mi perdo lontano, dove voglio.

Non c’è una finestra nella mia stanza,

a me basta lo schermo che colora il mio mondo d’azzurro.

Entro là dentro e non mi serve altro,

mi perdo e sono felice,

c’è tutto,

le scariche di luce

la mia dose di sogni

la distanza,

il silenzio pulito

e la mia solitudine convive coi fantasmi di chi vive come me dall’altra parte del mondo o della mia strada

questa è la mia isola, ma posso uscire se voglio o restare a guardare,

e qui nessuno potrà mai entrare.

Poi una notte è successo qualcosa che m’ha sparato laggiù,

come un razzo mi sono conficcato nell’isola.

Dormivo, non ricordo con precisione né il giorno né l’ora, ma non ha importanza, la cosa certa è che anche se stavo dormendo, mi sentivo diverso, come se anche nel sonno fossi già stanco. Quando mi alzai dal letto ebbi la netta impressione che il mio corpo fosse cambiato, ero vecchio e nello stesso tempo avvertivo una specie di corrente elettrica nel corpo.

Il vero shock lo provai dopo.

Come al solito m’ero seduto davanti allo schermo e la cosa incredibile era che nel riflesso del vetro vidi un’altra faccia, non ero più io, o almeno non il solito io, avevo i capelli lunghi e disordinati, bianchi, avevo i baffi, ma se toccavo quella faccia sentivo che era la mia.

Poi, come facevo ogni giorno, toccai il tasto di riavvio dello schermo e quella faccia scomparve, mi toccai il viso, era di nuovo io, il vero io.

Quando il mio computer si apre, la pagina iniziale è pronta, basta un click per far partire il mio gioco preferito, è un tunnel scuro nel quale m’infilo e inizio a scendere sempre più velocemente, lungo le pareti devo aprire minuscole finestre, toccare pulsanti e scegliere velocemente fra continue deviazioni, saltare ostacoli che arrivano all’improvviso e superare vuoti che si aprono sotto ai miei piedi. Sono bravissimo, non ci credereste, c’è solo qualcuno in Australia che ha un punteggio più alto del mio, ma presto lo batterò.

Il percorso lo conosco alla perfezione, è il mio modo per entrare rilassato nella giornata e trascorrere le mie ore preferite. Però quel giorno c’era qualcosa che non quadrava, c’era qualcosa di diverso, l’ambiente del gioco, i colori, i suoni erano cambiati. All’inizio erano minuscoli dettagli che notavo a malapena, poi la cosa aumentò con l’avanzare vorticoso della discesa e a quel punto non sapevo più cosa fare, ma potevo solo continuare. La sensazione di panico iniziò a montare, era diventato tutto troppo veloce, come se il tunnel mi stesse risucchiando senza controllo verso un luogo. Sentivo strani rumori, fruscii, scricchiolii, avevo la sensazione fisica di qualcosa che mi strusciava addosso, sembravano alghe putride e dopo un po’ tutto cambiava, erano rami secchi e spinosi che mi graffiavano. A un certo punto il ticchettio imperioso di un metronomo iniziò a battere sempre più forte. Era un conto alla rovescia.

Alla fine tutto si bloccò e mi ritrovai in una stanza bianca, totalmente bianca.

C’erano un tavolo e due sedie,

io ero seduto su una delle due sedie e sul tavolo c’era una scheda ingiallita,

aperta davanti a me.

Iniziai a leggere:

Manicomio Centrale Maschile di S. Servolo in Venezia

Tabella Nosologica

N.° d’Ordine 10

Anno 1897

N.° Progressivo 229

Generale 22

Mendel Samuele

Entrato il 14 marzo 1897

Affetto da Follia Morale

E poi luogo e la data di nascita

 

C’era la fotografia di un uomo e il cuore iniziò a battere forte perché era la stessa faccia che era comparsa sul mio schermo dopo il sogno, gli stessi capelli bianchi, lunghi, arruffati, i folti baffi scuri. Era il volto di un uomo elegante, ma quello sguardo inquietante mi entrava dentro e rovistava fra i miei pensieri.

Sulla scheda c’erano i campi precompilati con i soliti dati anagrafici da un lato: paternità, maternità, età, religione, luogo di nascita, residenza, provenienza, mentre dall’altro lato erano elencate le informazioni sanitarie: costituzione fisica, stato della nutrizione, epoca dell’invasione, recidività, indole del delirio, tendenze e altri dati.

Dopo aver guardato la fotografia, letto il nome ed essermi fatto un’idea della cartella stavo per iniziare a leggere le frasi compilate probabilmente da un medico dell’epoca. Era una bellissima calligrafia, estremamente precisa e ordinata, il mio sguardo però venne attratto dall’angolo inferiore della scheda, c’era una croce stampata a caratteri più grossi.

Esito:

Morto il 27 luglio 1908, ore 4.30 per Paralisi Cardiaca

Girai il foglio e mi ritrovai davanti quattro pagine della stessa calligrafia fitta e ordinata. Viste in sequenza sembravano uno spartito musicale o la tranquilla distesa di un mare rigato dalle onde pettinate da un vento leggero, o i fili d’erba di un prato profumato.

In fondo c’era una firma bellissima, riuscii a leggere quel nome: Cesare Salatelli. Il lato inferiore della “C” si prolungava in un elegante svolazzo che sottolineava tutto il nome, Cesare, e dalla curva finale dello svolazzo partiva un tratto più marcato, quasi perfettamente lineare che sottolineava il cognome, Salatelli, la cui “S” iniziale si collegava magicamente alla “e” finale di Cesare. Non avevo letto nulla della storia, ma sentivo che quel modo di firmare esprimeva soddisfatta distanza e in quelle pagine intuivo un compiaciuto e forse sofferto finale.

Ripensandoci adesso non posso non notare che, nonostante la situazione fosse assurda, io non mi stavo creando problemi, ero seduto a quel tavolo, non capivo dove mi trovassi, ma era naturale sfogliare quella cartella clinica.

Voltai le pagine all’indietro per riguardare gli occhi dell’uomo ancora una volta e poi iniziai a leggere il resto della storia. Proprio in quel momento una porta che non avevo visto si aprì con un rumore violento e venne richiusa sbattendo nella stessa maniera rabbiosa.

Tutta la mia presunta tranquillità si frantumò all’istante come fossi stato una statua di cristallo e qualcuno mi avesse dato una martellata secca in testa.

Crollai in pezzi.

  • Samuele, quante volte ti devo dire che i pazienti non possono permettersi di leggere le cartelle cliniche!

Era come se la mia lingua fosse diventata di pietra ed era talmente gonfia da riempirmi la bocca e impedirmi un qualsiasi movimento e conseguente suono, era come se quella figura di medico fosse arrivata da un altro mondo, un mondo con cui io non potevo comunicare perché c’era un muro fra noi, anzi un vetro invalicabile, riuscivo a vederlo, a sentirlo, ma non potevo fare altro.

Ero paralizzato e la rete infinita di miei pezzi di vetro incrinato aspettava soltanto il momento opportuno per sbriciolarsi a terra.

  • Samuele, sai benissimo che ti facciamo lavorare qui perché sei intelligente e hai dimostrato di saper stare tranquillo, ma non puoi leggere le cartelle! E in particolare modo la tua!
  • Altrimenti ti faccio rinchiudere nella stanza, oppure ti sbatto fuori e finirai ancora una volta in prigione…

Tacqui naturalmente.

  • Mi hai capito, Samuele?
  • Ti ricordi tutto quello che ho fatto per te, vero? Io me ne frego che tu sappia parlare sette lingue, che tu sia stato un professore stimato, che tu conosca la Cabala e non m’importa affatto se sei stato anche un ufficiale nel Regio Esercito e che hai avuto rapporti di stima e amicizia con il Patriarca Cardinale Agostini! Io me ne frego perché dopo essere stato ebreo, volevi farti prete, e da ufficiale hai rubato la cassa del Reggimento e siccome non ti bastava hai anche dilapidato al gioco la non piccola dote della tua povera moglie! Hai preso in giro i Carabinieri e la Procura di Venezia, hai preso in giro monache e medici e gli osti di mezza città!
  • Io me ne frego che tu non sia un vero pazzo! Tu sei un folle scriteriato, Samuele, e io me ne frego che tu sappia scrivere poesie meravigliose e canti indiani sulla carta che avvolge la verdura dell’orto!
  • Lo so bene che sei entrato qui dentro a 66 anni e che anche tu sei stanco di quello che hai combinato e non hai più la forza di continuare, ma non mi farò prendere in giro da te!
  • Basta!
  • La tua si chiama Follia morale!
  • Questa è la diagnosi che scriverò perché il mondo là fuori non ti vuole più, Samuele!
  • E tu invece vorresti rimanere qui per lasciarti andare nel nulla.

Mi puntò un dito dritto in faccia e sentii la forza di tutta la sua rabbia.

  • Sai cosa sei per me, Samuele?

Rimasi in silenzio, avrei voluto sparire, anzi desideravo che lui sparisse dalla mia vista, che si sbriciolasse come un vaso di cristallo colpito dal colpo di un martello.

Volevo essere quel martello.

  • Tu per me sei una grande sconfitta!

In quell’esatto momento sentii un colpo al centro dello stomaco, una palla di cannone, un’onda d’urto violenta, una massa indefinita mi colpiva al centro del corpo, qualcosa che proveniva direttamente dal tavolo, da quelle parole, dai fogli della cartella e che mi era stata sparata addosso con una violenza indicibile.

Mi piegai in due, ma la cosa strana fu che non provai dolore, mi accartocciai in due metà come se il mio corpo fosse diventato un coltello a serramanico ripiegato di scatto.

Sdlang!

E partii, scagliato lontano dalla sedia, dalla stanza, fuori dal mondo, volavo nel buio più nero, avevo la sensazione di scivolare all’indietro in una materia grassa, gelatinosa, mi richiudevo in me stesso, ripiegavo le spalle in avanti, abbracciavo le ginocchia, mi facevo piccolo e volavo, sparato in un vortice umido che mi risucchiava e vibrava.

Mi ritrovai seduto davanti al monitor del mio computer,

tutto s’illuminò con un lampo improvviso.

Ero madido di uno strano sudore consistente e appiccicoso,

ero felice, anche se non capivo il perché.

Mi guardai intorno,

lessi la frase che campeggiava sul mio monitor,

ero diventato il numero 1,

avevo battuto il mio amico Hikikomori australiano,

il record del gioco, finalmente, era mio.

 

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Isole di ordinaria follia. 1 La professoressa di lettere

Isole di ordinaria follia. 1 La professoressa di lettere

Certe volte ci si sente reclusi, bloccati da qualcosa.

Isole di ordinaria follia (Edizioni Studium, Marcianum Press) è un libro che è nato dopo una visita all’ex-manicomio di San Servolo, una piccola isola in laguna davanti a Venezia. Ho potuto leggere le schede sanitarie di molti internati ed è nato questo libro, con le fotografie di Gianni Berengo Gardin e di Marco D’Anna e con la guida delle parole di un grande amico psicoterapeuta, Antonio Dragonetto.

Ho provato a immaginare i pensieri e le parole non dette di chi non ha mai potuto raccontare la sua storia.

In certi momenti di ordinaria follia forse può far bene provare a pensare a chi è stato recluso davvero.

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Guglielmo, il fabbricatore di bussole

Guglielmo, il fabbricatore di bussole

Ho scritto un libro un po’ di tempo fa, si chiama “Isole di ordinaria follia” l’Editore è Marcianum Press, editore veneziano, che ringrazio.

ho lavorato con te grandi Amici: Marco D’Anna e Gianni Berengo Gardin,

fotografi e sognatori di un mondo migliore

e con Antonio Dragonettto psicoterapeuta e Guida di questo libro.

è una viaggio libero fra le schede di un ex-manicomio, quello di San Servolo, a Venezia.

Non voglio aggiungere altro, questa è una delle storie…

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Isole di ordinaria follia

Isole di ordinaria follia

Isole di ordinaria follia

di

Marco Steiner, Gianni Berengo Gardin, Marco D’Anna, Antonio Dragonetto

Marcianum Press Gruppo Editoriale Studium

Questo libro è nato davanti al mare, il mare che separa Venezia dall’isola di San Servolo, quella dell’ex-manicomio.

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