Posts by tag: Corto Maltese

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20 agosto

20 agosto

Svizzera, una clinica non lontana da Losanna, 20 agosto 1995.

Quel giorno erano arrivati a trovarti due grandi amici, Jean Claude Guibert e Livio Benedetti, ci siamo stretti la mano in silenzio e poi siamo entrati nella tua stanza.

Ti avevano portato una vecchia croce etiope, stavi male, era quasi finita, quasi, hai aperto gli occhi, li hai guardati, hai stretto quella croce fra le mani e te ne sei andato.

Stavi aspettando quel simbolo per continuare il viaggio.

Hugo Pratt, sono passati 28 anni da quel giorno, ma sei sempre qui, per tanti lettori, viaggiatori e sognatori e per tutti quelli che hanno voluto che il tuo mondo di nuvole andasse avanti.

Conservare con cura la tua opera era importante, ma anche far vivere lo spirito libero tuo e di Corto.

Sono successe tante cose da allora e non mi va di elencarle, dico soltanto che ho provato a seguire i tuoi insegnamenti, ho viaggiato, sognato e cercato le tracce di Corto Maltese in giro per il mondo, è così ho imparato a immaginare. Ho scritto un primo romanzo, mi avevi detto di leggere Tango e di andare in Argentina per continuare quella tua storia in un’altra maniera, in un’altra epoca e mi sono divertito, seriamente, forse sono diventato uno scrittore, era il mio sogno e tu mi hai aperto quella porta.

Poi ho provato a immaginare come potesse essere Corto da giovane, molto giovane, prima di diventare il Tuo Corto e mi sono avventurato, ho scritto due romanzi, uno ha vinto anche un premio importante per me.

L’avventura è cercare qualcosa che può essere bella o pericolosa, ma che vale sempre la pena di vivere” l’hai scritto tu, l’ho capito davvero.

Cong, Lizard, Rizzoli-Lizard, grazie a Patrizia e a tanti altri sono arrivati i lavori di Wazem, Casali & Camuncoli, Canales & Pellejero, di Quenehen & Vives e tante bellissime mostre in giro per il mondo.

Ulisse è il lavoro più recente e solo di questo voglio dire due parole.

Questa storia l’avevi disegnata per il Corriere dei Piccoli vent’anni fa, c’era il mitico marinaio di Omero, un testo sapiente che sintetizzava l’Odissea e le vignette che inquadravano la spazio per i tuoi disegni.

Da “Ulisse” quest’anno sono nati due lavori che rappresentano il senso di chi prova a far continuare la tua opera in maniera vitale.

Un fumetto agile e popolare, ricolorato, con disegni liberati dalle rigide gabbie delle vignette e testi riscritti a due voci insieme all’amico Fabrizio Paladini, quella di Ulisse e quella del figlio Telemaco per rendere più umana questa grande avventura

e poi un altro Ulisse, una cartella preziosa e fedelissima all’edizione originale del Corriere dei Piccoli.

Radici e Ali diceva un tango argentino, radici ancorate alla terra, al passato e rami protesi come ali nel vento.

Grazie Hugo

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L’isola sacra sul lago gelato

L’isola sacra sul lago gelato

“Rendi grazie al giorno quando si è fatta sera…

…alla spada dopo averla usata

…al ghiaccio dopo averlo attraversato…”

(Havamal, Il discorso di Har, Edda poetica. Trad. Olive Bray edited by D.L.Ashliman)

 

Il Carrista poeta.

Sacha, classe 1946, è un siberiano nato fra i monti Sajani, il suo lavoro è fare l’autista. Fra il 1965 e il 1968 guidava i T62, i carri armati dell’esercito sovietico, la sua compagnia era stanziata a Cita, vicino al confine cinese, proprio come i cosacchi di Roman von Ungern Sternberg e come il grande cannone di Semënov. Il cannone del carro di Sacha era soltanto da 115 mm, non era molto preciso, ma era velocissimo, per questo i soldati lo chiamavano Falco.

Oggi, Sacha guida un vecchio furgone Uaz grigio-ferro e porta i turisti a vedere la “perla di ghiaccio”, il Bajkal. I suoi occhi hanno lo stesso colore del lago in inverno, azzurro-ghiaccio.

Il Bajkal non è un semplice lago, è un’immensa riserva d’acqua pura, circa il 20% di tutta l’acqua dolce del nostro pianeta. E’ lungo più di 600 chilometri, largo dai 40 ai 70. Una lunga virgola, una banana azzurra visibile dallo spazio insieme alla grande muraglia cinese. Nel suo punto più profondo, l’abisso supera i 1600 metri. L’immensa distesa liquida, d’inverno si blocca, cristallizzata in una tavolozza di ghiaccio blu coperta da una limpida, ma solida scorza trasparente.

L’isola sacra di Olchon è scura, è una surreale presenza che si staglia su quel lucido specchio e, grazie a quel gelo, è raggiungibile in macchina. Sospesa come in un sogno.

La leggenda della gente del posto dice che il dio del lago, una notte si svegliò e vide che una delle sue 337 figlie voleva fuggire insieme ai gabbiani per raggiungere l’uomo-fiume che amava, le tirò dietro un’immensa pietra, ma lei riuscì a sfuggire lo stesso. La ragazza si chiamava Angara ed è il nome dell’unico fiume che esce dal lago, gli altri 336 fanno affluire le loro acque in quell’immenso bacino sacro. La pietra scagliata dal Grande Uomo Baikal, sarebbe proprio la Roccia dello Sciamano che si protende dall’isola. Ci sono quattro larici avvolti da nastri azzurri votivi e una nave nera bloccata nella morsa del gelo. Si sente solo il rumore del vento e il crack-crack sinistro dell’assestamento dei ghiacci, la voce del lago. Sembra di camminare su di un blocco di quarzo, sembra d’intravedere un mondo incantato sotto a quella lucida superficie blu.

Ci si guarda intorno e non si ha molta voglia di parlare. E’una distesa infinita. Lunare.

Il vento più forte, quello che tira dal nord è il Sarma e il suo soffio gelato riesce a cristallizzare il movimento delle onde, a bloccare le navi e a rivestire i pali dei moli con un palmo di ghiaccio. Sembrano mani bianche del vento che s’aggrappino al legno.

Sembra che un mago, in una notte fatata abbia preso la sua bacchetta magica e abbia bloccato tutto quel mondo nella sua morsa di cristallo. Quando al mattino il Bajkal s’illumina della fredda luce bluastra dell’alba, è un’immensa cattedrale di luce. Allora Sacha guida il suo Uaz e, sbandando e danzando sul ghiaccio, fischietta un valzer di Strass, poi, con una lunga trivella appuntita come un grande cavatappi, fa un buco nella crosta ghiacciata del lago, ma non è facile perché lo spessore supera il metro. Sacha, completa il buco spezzando l’ultimo ponte gelato picchiando con un lungo bastone dal puntale di ferro, sembra un guerriero medievale che, con la picca, voglia finire il suo nemico. L’acqua gelata sgorga libera verso la superficie e lui ci piazza davanti un seggiolino e cala la lenza. E’ pronto a pescare l’”Omul”, un piccolo salmone dal corpo allungato. Ne farà una semplice zuppa con cipolle, carote e patate. La zuppa di pesce è una calda meraviglia mentre la schiuma della birra, in pochi minuti, si ghiaccia sul tavolo. Quando arriva la Vodka, Sacha decanta un verso di Maxim Gorkij: “Lodiamo il coraggio dei valorosi sognatori”. Si ricorda solo quel frammento della poesia “Il canto del falco”, forse gli sarà tornato in mente il cannone del suo carro armato, forse gli sarà tornato in mente un periodo che in qualche modo adesso rimpiange e allora racconta la poesia a modo suo, come fosse una storia:

“In cima ad un’alta scogliera c’era un serpente che strisciava in cerca di cibo. Il sole splendeva alto nel cielo e le onde del mare s’infrangevano sulle rocce, ma all’improvviso un falco cadde vicino al serpente. Lui si ritrasse impaurito, ma il falco non si curava affatto di lui, era ferito, stava morendo, ma alla fine riuscì ad avvicinarsi allo strapiombo, avrebbe preferito fare un ultimo volo piuttosto che aspettare la fine su quelle rocce. Precipitò in mare, fracassandosi sugli scogli e le onde si portarono via il valoroso uccello dalle ali spezzate…”

Marco Steiner

 

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“Una Ballata del mare salato”, un racconto di formazione.

“Una Ballata del mare salato”, un racconto di formazione.

Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.” (J.D. Salinger, Il giovane Holden. Einaudi)

Salinger è morto il 27 gennaio del 2010 a 91 anni. Il suo romanzo “Il giovane Holden” é uscito nel 1951 e da allora, mentre il suo autore si ritirava in un ferreo silenzio e in volontario isolamento, ha venduto più di 60 milioni di copie in tutto il mondo e generazioni di ragazzi l’hanno letto e hanno trovato similitudini con i loro processi di crescita e con le loro problematiche esistenziali, insomma, il Giovane Holden è un tipico romanzo di formazione, come Demian, Davide Copperfield, Il rosso e il nero, Gli Indifferenti e tanti altri.

La Ballata ha le stesse caratteristiche perché il vero protagonista, in fondo, non è Corto Maltese e nemmeno l’Oceano Pacifico, ma sono Pandora e Cain, due ragazzi che all’inizio della storia non sono altro che due viziati rampolli di una ricca famiglia australiana e alla fine, dopo un anno di vagabondaggi si ritroveranno diversi e in un mondo reso diverso dalla guerra.

Le spedizioni di James Cook vennero commissionate dalla Royal Society per dimostrare l’esistenza della Terra Australis, ma gli intenti dello scettico Cook erano quelli di andare oltre: “…al di là di dove chiunque è andato prima, ma fin dove è possibile per un uomo andare”.

Il suo secondo viaggio iniziò da Plymouth il 13 luglio del 1772.

A bordo della Resolution c’era un giovane tedesco di diciassette anni, Georg Forster, che si era imbarcato col padre, Johann Reinhold Forster, il naturalista della spedizione. Forster “padre” era stato incaricato di redigere il resoconto del viaggio, ma il carattere di Johann Reinhold non era facile da digerire per Cook e tantomeno per Lord Sandwich che aveva commissionato il suo lavoro, ma che voleva poter dire la sua, guidare e correggere la linea di quel resoconto. Il rigido naturalista tedesco, secondo le sue stesse parole, non aveva alcuna intenzione di essere trattato come uno scolaro a cui si correggono i compiti e fu così che si arrivò alla rottura del contratto e alla decisione di Cook di pubblicare la sua personale storia della spedizione. Il viaggio dei due Forster sarebbe stata una bella e indimenticabile esperienza, niente di più. Ma il giovane Georg aveva sempre collaborato con suo padre, aveva girato tutte quelle isole brulle e pietrose o fantastiche e cariche di piante e animali meravigliosi, aveva sempre cercato di dialogare con le popolazioni locali, aveva preso appunti e fatto disegni, raccolto semi sconosciuti e tantissimi indelebili ricordi. Quando vide suo padre deluso e indignato subì lui stesso quella situazione, ma decise di reagire a modo suo. Lavorò giorno e notte per otto mesi e alla fine riuscì a concludere il suo “Viaggio intorno al mondo”. Lo pubblicò sei settimane prima dell’uscita del libro di James Cook. Aveva solo ventidue anni. Il suo era un racconto dichiaratamente non ufficiale, era destinato alla gente comune, lui voleva raccontare il suo punto di vista in tutta libertà. Descrisse la grandezza di quel navigatore che aveva combattuto lo scorbuto facendo sempre mangiare agrumi e crauti ai suoi uomini, che aveva sempre preteso ferree regole igieniche a bordo. Georg voleva raccontare alla gente quanto fosse diverso e meraviglioso quel mondo che aveva avuto occasione di conoscere. Sorprendentemente, il suo libro gli valse una grande notorietà in tutta Europa e tuttora viene considerato come uno dei migliori esempi di letteratura di viaggio. “I miei lettori dovevano sapere di che colore era la lente attraverso cui guardavo. Per quel che mi riguarda essa non è mai stata né oscura né appannata. A tutti i popoli della terra ho testimoniato la mia buona volontà a pari titolo. Sono anche consapevole che con ogni singolo uomo io ho in comune vari diritti.”

Questo scriveva nella sua prefazione il giovane Georg Forster riuscendo poi a raccontare quell’incredibile viaggio con lo spirito del filosofo, dello scienziato e del romanziere. Le annotazioni sui diversi linguaggi e sui comportamenti sociali delle popolazioni del Pacifico, gli schizzi sulle specie vegetali, gli utensili, le armi e le piroghe sono degni di un grande naturalista. La descrizione dello stato d’animo e dello stato fisico dei marinai che, dopo 103 giorni di navigazione ininterrotta fra i ghiacci del circolo polare antartico, si trascinavano sui ponti delle navi come fantasmi non può non ricordare le magiche atmosfere di un grande romanziere come Edgar Allan Poe nel suo “Il racconto di Arthur Gordon Pym”.

Anche Louis Antoine de Boungainville scrisse il suo Voyage autour du monde dopo la sua circumnavigazione del globo e anche lui si portò dietro oltre all’astronomo e al disegnatore, anche il suo bravo naturalista, si chiamava Philibert Commerçon e fu lui che scoprì in Brasile un genere di piante che nominò Bougainvillea in onore del suo comandante, ma descrisse anche un particolare tipo di delfino dello stretto di Magellano che prese il suo nome, Cephalorhynchus Commersonii. Ma anche Commerçon fece una cosa molto particolare nel corso del suo viaggio, fece imbarcare come suo valletto e assistente personale un ragazzo che si chiamava Jean Baré, peccato che in realtà fosse Jeanne Barret, la sua compagna, che così divenne la prima donna a completare un giro del mondo, naturalmente la scoprirono gli indigeni di Tahiti, mentre a bordo non se n’era accorto nessuno.

Tutti quei viaggi furono in realtà percorsi che avevano degli obiettivi generali, ma poi, quasi sempre, seguivano anche altre linee dettate dal caso, dalla natura, dagli incontri degli uomini stessi o dal destino.

Forse non servirà “rinnegare il mondo intero per cercare più verità in un mondo nuovo“, come dice la Niña de los Peines nella sua Petenera, ma basterà vedere questo mondo con un occhio diverso perché, secondo René Magritte “Noi non vediamo che un solo lato delle cose. E’ proprio l’altro lato che io cerco di esprimere”. Questa frase ricorda molto i diversi gradi di lettura possibili nelle storie di Pratt e, prima fra tutte, la Ballata.

Allora, cercando di “vedere” in questa maniera due dei quadri di Magritte ci accorgeremo, forse, che in effetti le nostre capacità percettive possono davvero allargarsi.

“La reproduction interdite” e “Il principio del piacere” sono entrambi dei “semplici” ritratti di Edward James, un grande collezionista, un poeta, un sognatore, un ricco mecenate di tanti grandissimi pittori surrealisti. La caratteristica fondamentale di questi due quadri consiste nel fatto che non c’è il volto del protagonista. Lo sguardo del pittore nasce da un falso specchio che trascende quello che si vede. Nella “Reproduction interdite” lo specchio, posto di fronte al soggetto del ritratto riflette la stessa immagine dell’uomo visto di spalle, cioè il punto di vista dell’osservatore. Un’immagine che va oltre il possibile. Eppure, lo stesso specchio, riflette invece perfettamente la copertina di un libro posto accanto ad Edward James. Guardando con attenzione si scopre che si tratta del libro di E.A. Poe “Il racconto di Arthur Gordon Pym” che, in fondo, è un viaggio in un’altra dimensione.

Ne “Il principio del piacere” il volto di Edward James questa volta è sostituito da un’indefinita esplosione di luce, come se un flash fotografico avesse dissolto la realtà dei tratti di quel viso, ma questo lampo luminoso richiama in mente proprio la visione di Pratt e quella sua capacità di raccontare e far viaggiare ben oltre le immagini disegnate, perché c’è un mondo bellissimo compreso nell’indefinibile spazio fra la vista e la visione.

C’è il viaggio del lettore mentre legge.

To the friendly people of the Friendly Islands…

Marco Steiner

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Lo specchio della verità

Lo specchio della verità

Lo specchio della verità

Il Sole ne è padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice.

Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura”.

(Ermete Trismegisto, Tabula Smeragdina. Corpus Hermeticum. Bompiani. Il pensiero Occidentale/Filosofia. 2005)

Istanbul. Quartiere di Sultanahmet. Autunno. Una mattina di sole. Negozio elegante di antiquariato. Ufficio sul retro. La scrivania è ingombra di monete antiche suddivise in mucchietti. L’uomo seduto è in parte coperto dallo schermo piatto di un computer, ha una camicia bianca e un foulard verde al collo, capelli lunghi e disordinati, sta catalogando le monete usando una grossa lente d’ingrandimento dal manico in avorio. In primo piano una bilancia di precisione.

  • Effendi, c’è un europeo in negozio e mi ha chiesto se abbiamo mappe molto antiche…
  • Mi stai facendo perdere tempo Andrej, gli hai fatto vedere l’Imperium Turcicum di Homann?
  • Naturalmente…
  • E?
  • Si è messo a ridere, dice che viene per conto di un grande esperto italiano di cartografia antica e che quelle sono mappe del ‘700 e che valgono al massimo 7-800 Euro.
  • Noi a quanto le vendiamo?
  • 1500 dollari. Cosa gli devo dire?
  • Chiedigli cosa sta cercando e digli che io non ci sono, se capisci che il suo sedicente padrone è disposto a spendere molto fallo ritornare domani, e adesso lasciami in pace.

Dopo un’ora il signor Khaftaj lascia il suo ufficio ed entra nel negozio. E un mercoledì mattina di ottobre e Istanbul è inondata di sole.

  • Com’è andata a finire con quel cliente?
  • Alla fine mi ha detto che il suo capo stava cercando una parte della mappa di Piri Rais, e io gli ho risposto che quella si trova nella biblioteca del Topkapi…
  • E lui?
  • Mi ha detto che “quella era cosa risaputa”, ma che il suo capo la voleva incontrare lo stesso…domani, un’ora prima del tramonto alla…”Triplice cinta”…se ho capito bene.
  • Dev’essere un mitomane, Andrej, e sono sicuro che non esiste nessun cartografo che lo manda in giro a cercare mappe da museo, comunque grazie. C’è altro?
  • Si, mi ha dato questo busta per lei.

Jusuf infilò la busta nella tasca della giacca e andò a casa. Chiuse la porta a chiave, si sedette in poltrona e aprì la busta elegante.

Conteneva soltanto un biglietto da visita.

“Cristoforo Cybo. Erede di santi e di navigatori”.

Poi aggiunto a penna con una calligrafia elegante e perfetta: “Sono venuto in possesso di un testo raro di Ermete Trismegisto, edizione Turnèbe, anno 1554 che troverebbe opportuna collocazione nelle vostre mani in cambio della parte “scomparsa” della mappa di Piri Reis che ci risulta attualmente in Vostro possesso”.

Josuf compose immediatamente un numero sul suo cellulare.

  • E’ venuto qualcuno per quell’antico scambio.
  • Ti sembra tutto regolare?
  • Solito sistema.
  • Dove?
  • Il muro dei segni.
  • Sono sempre stati sottili.
  • Da diverse centinaia d’anni.
  • Credi che c’entri qualcosa il Fondo Monetario?
  • No, ma credo che ormai Istanbul stia per ritornare importante culturalmente ed economicamente. Ci stanno perfino facendo riconciliare con gli Armeni, fra poco toccherà ai Curdi e poi agli Azeri e le nostre autostrade liquide porteranno merci e oro nero fino in Cina con un solo balzo. Cercano strane alternative per il gasdotto. Gireranno molti soldi e merci per questo vecchio mare, quindi hanno bisogno di stabilità. Questo gesto di riconciliazione è una specie di stretta di mano.
  • E’ vero senza errore e menzogna, è certo e verissimo.
  • Il padre di tutto, il Tèlesma è qui.
  • Ci sentiamo domani.

Josuf incrociò le gambe e si sedette sul morbido tappeto. Accese un piccolo braciere e iniziò a pregare. Dopo mezz’ora si alzò, versò dei grani di povere sul braciere incandescente e inspirò lungamente quel fumo, poi incrociò le braccia davanti al petto e si toccò le spalle abbassando la testa.

Iniziò a girare, a girare ancora e poi, lentamente, aprì le braccia e le mani continuando a girare, la destra in alto, la sinistra in basso, fino a quando la stanza scomparve e lui vagò nello spazio infinito, sopra le moschee ed il cielo, si sciolse nelle particelle sottili e poi volò via dissolvendosi come fumo nel vento.

Quando tornò a terra si distese sul letto e dormì a lungo.

Il negozio antiquario di Jusuf Khaftaj non era lontano dalla Moschea Blu e da Aya Sofya, la Santa Sapienza dei Greci. I turisti seguivano le guide e continuavano a scattare immagini che sarebbero rimaste per qualche altro giorno sugli schermi digitali delle loro macchinette fotografiche perfette. Ekrem preparò un’eccellente spremuta di melagrana per il signor Khaftaj scegliendo quattro fra i frutti più sodi e maturi. Poi Jusuf Khaftaj entrò nell’imponente moschea e salì le rampe di scale che lo portarono alle gallerie del piano superiore, buttò uno sguardo alle imponenti e leggerissime volte, ai segni delle croci strappate e passò davanti alla tomba del doge Enrico Dandolo. Si fermò e fece una smorfia  pensando a quel povero vecchio cieco arrivato con le sue galee veneziane fin lì per morire ed essere sepolto a Costantinopoli a 98 anni e poi perdere le ossa, disseppellite e date in pasto ai cani dalle orde di Mehmed II un quarto di secolo dopo. Sulla scrivania aveva lasciato due Grossi Matapàn d’argento, ma soltanto uno era perfetto, l’altro aveva una grossa scalfittura proprio sui volti del doge e di San Marco.

Mancava poco all’appuntamento. Un striscia di luce dorata s’infilava da una delle finestre che inquadravano le punte aguzze dei minareti e illuminava perfettamente il muretto di marmo sul quale era stato inciso, forse dai Templari, quel misterioso simbolo di tre quadrati concentrici che stavano a indicare la particolare sacralità energetica del luogo.

In quel preciso momento, Jusuf fu percorso da un brivido e da uno stato di allerta generale. Il cacciatore si sentì preda. Si allontanò dal luogo e girò dalla parte opposta della moschea. Da quel lato poteva osservare perfettamente il luogo dell’appuntamento e la lama di luce che lo stava illuminando. Dopo pochi istanti vide l’uomo e rimase pietrificato. Era come se si fosse guardato allo specchio, oppure attraverso una finestra invisibile sospesa al centro della moschea.

L’uomo che doveva incontrare era identico a lui. Si guardò intorno come se la gente si fosse potuta accorgere della presenza del suo doppio. Per istinto e per fortuna aveva scelto il lato giusto della galleria, l’uscita era da quel lato, s’avviò verso la scala con passo deciso.

Scomparve e non si guardò mai più indietro.

Marco Steiner

le foto sono di ©Marco D’Anna

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Cavalli selvaggi e serpenti di ferro

Cavalli selvaggi e serpenti di ferro

Cavalli selvaggi e serpenti di ferro.

“Verrà un tempo in cui la terra sarà molto noiosa da abitare, quando la si sarà resa simile da un capo all’altro e non si potrà nemmeno più cercare di viaggiare per distrarsi un poco” (Pierre Loti).

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Aran Islands

Aran Islands

Inishmóre. Isole Aran, il cuore celtico d’Irlanda.

Sono le 8 del mattino, tutto è buio, grigio, freddo. Il mondo sembra deserto, assopito. Anche il sole è in ritardo. I chilometri scorrono sotto le ruote in silenzio, nessuno in giro, solo qualche pecora seduta sull’asfalto. Il prato è troppo umido e freddo anche per loro.

Il traghetto è semivuoto, ci sono solo una ventina di persone a bordo, compreso l’equipaggio. Uomini taciturni.

Giubbotti macchiati d’olio dei tecnici che fanno girare le caldaie. Giubbotti scuri in Goretex dei fotografi di pietre, tombe e uccelli. Capelli corti, barbe arricciate, basette tozze e rossicce. Tanti occhi socchiusi a smaltire le ultime Guinness.

Uscendo dal porto di Rossaveel uno stormo di gabbiani ci segue. Il mare è d’acciaio, la costa è bruna e marrone, i picchi luccicano, spolverati di bianco, le isole sono tre strisce sottili di blu.

La quarta oggi non c’è.

Dún Aengus è un anfiteatro semicircolare di pietre incastrate e impilate a secco con l’apertura rivolta verso l’Atlantico, l’Occidente. Il mare è là sotto, duro e caparbio come un ariete che picchia contro un muro da abbattere. Sono secoli che cerca di rosicchiare quell’immensa scogliera che osa ergersi impavida a sfidare la sua forza, ma si sbuccia le corna.

L’onda rimbomba nel silenzio come un tuono lontano, come un rullo di tamburi.

Al centro del semicerchio c’è un altare di pietre scure come il cielo.

Intorno, un prato d’erba chiara che s’inchina alla potenza del vento.

Piega la testa, disegna onde verdi, morbide, tranquille.

Dietro al muro c’è il resto dell’isola, separata da un’infinita distesa di pietre appuntite, conficcate a terra e incrociate come “cavalli di frisia” a sbarrare il passo a chissà quale invasore.

Lo chiamano il Forte, perché “Dun” in gaelico significa “Fortezza”, alcuni storici dicono che era una costruzione di difesa, in effetti non è difficile immaginare in quel semicerchio una riunione di druidi e, in mezzo all’altare, il gran sacerdote alto e barbuto che invoca la potenza del sole, o della luna, un lugubre antico lamento si disperde nel vento.

Forse anche il resto del semicerchio di pietre è scivolato in mare come la quarta isola e allora anche Dún Aengus è una specie di Stonehenge che rappresenta la “Ruota della vita”, la primordiale Dea Madre che si cela in ogni pietra che ha segnato la storia.

Il muro di pietre scure è quasi caldo, protegge dal vento, aiuta a guardare il flusso del mare, a seguire lo spettacolo del vento che scompiglia le nuvole.

All’improvviso si apre una breccia in quel grigio sipario, un fascio di sole innalza una lama fredda di luce dall’acciaio del mare.

In due ore il vento spazza ogni cosa, l’azzurro del cielo scaturisce dall’acqua riflessi turchesi e verdi come alghe che invadono il nero.

Un ragazzo entra nell’anfiteatro con passo elastico e sportivo. Jeans e giaccone nero di panno aperto al vento gelido. Una faccia irlandese, squadrata, sembra un attore che reciti un ruolo preciso. Va dritto e deciso verso il bordo dello strapiombo, senza il minimo timore si mette a cavallo dell’ultimo trampolino di pietra.

Sotto di lui, a un centinaio di metri, le onde continuano a sbattere la roccia in un ribollire rabbioso.

Sembra un giovane Corto Maltese in carne e ossa e se ne sta seduto lì, a fissare l’Occidente, a ricordare il suo sogno di Oberon e Puck, guarda il rimorchiatore che dirige a tutta forza contro il sottomarino tedesco con Mago Merlino e Morgana in questa Stonhenge selvaggia e reale.

Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è. Infinito”. (William Blake – “The Marriage of Heaven and hell”)

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“La ruota delle cose”. Un racconto di viaggio sul cambiamento.

“La ruota delle cose”. Un racconto di viaggio sul cambiamento.

La Ruota delle Cose

 

Ho scritto tante pagine nella mia vita, progetti d’affari, visioni strategiche, business plan d’imprese, contratti, fusioni e smembramenti societari. Quello che non ho mai fatto è scrivere qualcosa che mi riguardasse personalmente. Le mie giornate scorrono sempre veloci, impetuose, una giostra che gira vorticosamente e il tempo non basta mai. Denaro, relazioni personali, lavoro, incontri, compromessi, cene, tutto s’infila nel ciclone, scivola via e non resta niente. Certe volte, mi alzo al mattino, esco di casa e mi ritrovo come lanciato a capofitto lungo una pista ghiacciata con un bob senza freni. Scendo la pista volando come un razzo e, lungo la discesa, divento un camaleonte rapido e vorace capace di arraffare le cose che m’interessano di più: i soldi. Come un guerriero vibro fendenti precisi: le mie percentuali sulle transazioni concluse. Sono un avvocato d’affari, sono nato e vissuto a Londra, possiedo e gestisco uno studio che dà lavoro e battaglie a dieci colleghi più giovani e arrivisti di me, ma non ancora spietati ed esperti come me. Ho avuto 3 mogli che mi hanno dato cinque figli, ho gestito tre divorzi ammorbiditi col tintinnio di milioni di sterline e adesso convivo con una giovane amante che è uno schianto. Li ho messi tutti d’accordo, hanno smesso di blaterare perché li ho riempiti di soldi per starmene in pace e continuare a fare quello che mi pare. Ma in fondo, in pace io non ci sono mai stato. Ho cinquantaquattro anni, sono indiano, anzi, sono di origine indiana, nel senso che ho la faccia e il colore della pelle di un indiano, ma la mentalità dell’ufficiale di sua Maestà la Regina o forse di un Raja: vorrei che tutti abbassassero la testa quando passo perché sono il migliore.

A volte però le cose cambiano, per questo ho deciso di scrivere questa storia. Di solito si cambia per un fatto traumatico, una malattia, un incidente, oppure quando arrivi al limite e ti rendi conto che tutto quello che fai lo stai facendo per gli altri. Ogni sera la dose di whisky per dormire aumenta e la parte vera di te stesso s’inaridisce, si consuma, alla fine la dimentichi e di solito non te ne rendi conto. Poi capita il giorno in cui butti giù un muro e ti ritrovi in una stanza nascosta, è un ambiente strano, diverso, un piccolo rifugio, scuro, scarno, essenziale, ma ci stai bene, meglio che nella tua grande casa “normale”.

Ma in fondo, chi di noi è normale?

Per questa storia il mio vero nome non serve, ne inventerò uno, Jamal, il primo nome indiano che mi passa per la testa.

Tutto inizia con una lettera che mi arriva da Nuova Delhi. Un amico di mio padre mi scrive che laggiù è morto mio fratello. Io quasi non lo ricordo, non lo vedo da trent’anni, il tizio aggiunge che mi ha lasciato degli effetti personali che mi vorrebbe consegnare personalmente. Strana richiesta. Mio fratello era l’ultimo filo che mi collegava con l’India. La storia della mia famiglia è una trama di fili e tessuti, la mia vita una matassa imbrogliata.

Mio nonno, classe 1887, era originario di Jaisalmer, una città fortezza infilata su una collina sperduta in mezzo al deserto del Rajasthan, la zona più nord occidentale dell’India.

Il vecchio era diventato ricco grazie ai tessuti. Commerciava con ogni genere di stoffa: cotone, seta, cashmere, lana. Comprava in Afghanistan, in Cina, in Mongolia, in ogni angolo dell’India, sceglieva le migliori partite e poi le rivendeva in Inghilterra, sotto forma di materiale grezzo oppure lavorato dai migliori artigiani. Mio nonno, studiando da solo, era diventato avvocato perché era fissato con la giustizia ed era finito nello studio legale dove lavorava Gandhi prima di dedicarsi alla politica. E Gandhi era un grande uomo politico, ma come avvocato non era niente di speciale. Il mio vecchio invece sì che era un tipo speciale, in particolar modo con i suoi operai, sceglieva i migliori e li pagava il doppio degli altri, ma dovevano mantenere altissima la qualità altrimenti erano fuori. Era un onore e una fortuna lavorare per lui. Mio padre mi raccontava che il giorno del suo funerale gli sembrò di assistere alla cerimonia funebre di un grande Maharajà. Non si erano mai visti turbanti, sciarpe, cappelli, mantelli, saree, coperture di selle, paramenti di cavalli, cammelli ed elefanti colorati come quelli sfoggiati in quel giorno.

Mio nonno guardava sempre in avanti e per migliorare le condizioni culturali ed economiche della famiglia mandò mio padre a studiare in Inghilterra e daddy ci rimase per sempre creando le strutture necessarie per organizzare un’importante rete di vendita, dai magazzini lungo i dock del Tamigi fino ai negozi eleganti nel centro della City.

Io e mio fratello siamo nati a Londra. Mio padre, dopo la morte del nonno, andava e veniva dall’India sempre più spesso. Io non avevo voglia di seguirlo, d’impolverarmi le scarpe, mangiare curry e piatti piccanti, annusare gli odori nauseanti e speziati dell’India. Da vero bastardo viziato mi ero sempre rifiutato di seguire gli affari di famiglia, a me piaceva far fallire, smembrare e rivendere società, trovare il sistema di esportare capitali illegali o proventi illegittimi, mi piaceva il lavoro dell’avvoltoio di lusso. Mio fratello invece andò in India dopo aver compiuto i diciotto anni e ci rimase, folgorato come Siddharta dall’illuminazione mistica. Sembra strano che gli stessi genitori possano generare due figli che convivono sotto lo stesso tetto e diventano l’uno l’opposto dell’altro. A noi è successo proprio così.

Dieci anni fa è venuto a mancare mio padre e, dato che mia madre era morta di parto poco dopo la nascita di mio fratello, gli eredi eravamo noi due. Mio fratello mi comunicò dall’India che era diventato un sacerdote jainista, uno di quelli che vivono in povertà assoluta e girano cercando la verità del cosmo indossando una tunica bianca e spazzando la strada davanti a loro per evitare di calpestare e uccidere insetti e formiche perché ogni essere vivente dev’essere rispettato lungo il ciclo delle reincarnazioni. Lui cercava la coscienza cosmica e, non avendo alcun interesse per i beni materiali, rinunciava all’eredità di mio padre rendendomi immensamente ricco.

Anche quella comunicazione mi arrivò con una lettera inviata dalla stessa persona che mi aveva scritto l’ultima missiva da Delhi, un grande amico di mio padre.

Lo chiamerò Mr. George. Non è il suo vero nome ed è altrettanto banale di Jamal, perché anche lui è un personaggio conosciuto.

Avevo incontrato Mr. George una sola volta a Londra, aveva una magnifica barba, modi eleganti e uno sguardo che non si dimentica. Era uno di quei tipi che ti mettono in soggezione senza dire una parola e non capisci il perché. Mio padre mi aveva sempre detto che in qualsiasi situazione mi sarei potuto fidare di lui.

Jamal e Mr. George, due nomi finti, per una storia vera. E tutto inizia nel migliore dei modi: per caso. Dopo aver letto la lettera, stavo per cestinarla, però la busta continuava a girare sul tavolo e me la trovai fra le mani dopo il rinvio di un appuntamento che mi avrebbe impegnato tutto un venerdì fuori Londra con un sabato e domenica da dedicare allo shopping con le mie due figlie più viziate, quelle della prima moglie. La mia donna, conoscendo la situazione, si era organizzata una gita di shopping a Parigi.

Mi versai un whisky e ripresi in mano la lettera.

La carta e la calligrafia di Mr. George erano roba d’altri tempi, del resto non ricordavo di aver ricevuto un’altra lettera scritta a mano. Mi scolai il terzo whisky liscio e mi accorsi che quella pagina profumava di un qualcosa che non respiravo da troppo tempo: l’imprevisto. Mi attirava perché ero stanco delle mie solite cose patinate.

Ero libero, avrei potuto andare a giocare a golf e poi bere whisky fino a stordirmi, come al solito. Oppure sarei potuto partire per l’India.

Con una carta Platinum non ci sono problemi a prendere un volo nella serata dello stesso giorno, un giovedì, per arrivare a Nuova Delhi il venerdì all’ora di pranzo. Bastò una telefonata per fissare un appuntamento con Mr. George all’Hotel Imperial di New Delhi per l’aperitivo delle 18. Il “1911” non è solamente il Coktail Bar di un magnifico vecchio albergo. È una meraviglia fuori dal tempo: legni, ottoni, foto di Maharajà e ufficiali in divisa, squadroni di Gurka nepalesi, poltrone in pelle verde, mobili liberty, classe, ricordi dell’antico splendore coloniale britannico.

Mr. George era vestito con l’eleganza semplice di chi non deve dimostrare niente a nessuno: jeans, maglietta nera, un orologio strano, un braccialetto di perle di legno di sandalo e un’imponente barba bianca.

Dopo qualche sorriso e poche parole iniziò a ordinare cocktail Martini scherzando con un barman imponente che indossava un turbante arancione e un’impeccabile giacca rossa con bottoni e alamari dorati. Mr. George rideva a ogni giro con il gigante chiedendoli sempre più freddi, sempre più secchi. Scendevano come acqua di montagna e lui reggeva impassibile.

  • Tuo fratello non era un pazzo, era l’altra faccia dell’India. In mezzo al fango lui cercava purezza, in mezzo al caos lui esprimeva la pace.
  • Magnifico ritratto… – Non volevo, ma usai uno sgradevole tono ironico.

Mi fulminò attraverso il Martini. Provai a recuperare.

  • George, mi è bastato vedere le facce dell’India nella polvere, negli odori e nel traffico caotico dall’aeroporto fino a quest’oasi di bar. Qui mi sento a casa e sono contento di rivederla, però come lei sa sono molto impegnato e, dato che dovrei rientrare in ufficio entro lunedì, mi piacerebbe sapere cosa avrebbe lasciato mio fratello per giustificare questo mio viaggio in India.

Sorrisi. Lui mi guardava come fossi un quadro astratto che non capiva e non apprezzava.

  • Jamal, ricominciamo dandoci del tu.
  • Come preferisci, George.

Socchiuse gli occhi con indulgenza e lo immaginai intento a scrivere quella lettera dopo aver scelto la carta giusta e aver posato sulla sua scrivania una preziosa pipa di radica. Cominciai a pensare che stavo perdendo il mio tempo.

  • Jamal, m’immaginavo che tu fossi così, tuo padre ci ha messo troppo impegno per farti diventare un vero businessman inglese, ma ricordati una cosa: le tue fortune vengono dalla polvere del deserto, dai tessuti ricamati dagli zingari e dai pastori Rabari, da tanti artigiani che lavoravano per tuo nonno in giro per il mondo non per denaro ma per rispetto. Non bisognerebbe cancellare il passato. Comunque, per tua informazione, anch’io mi occupo di affari e non sopporto le parole inutili.
  • Allora ci capiamo, George. Che cosa mi ha lasciato mio fratello?
  • Una motocicletta, una vecchia Royal Enfield, e un cappello da marinaio.

A questo punto devo aggiungere qualcosa. Possiedo ogni genere di oggetto di lusso: orologi, automobili, case, dipinti, arredamenti, libri antichi, oggetti d’antiquariato, ma se c’è una cosa che amo in maniera irrazionale sono le moto. Eppure non ne possiedo nemmeno una. Forse il periodo più bello della mia vita è stato quando, allo scoccare dei diciotto anni mio padre mi regalò una Triumph Bonneville. Mi basta ripensare al rombo metallico di quel motore per tornare ragazzo e rendermi conto da quanto tempo non mi diverto più.

La Royal Enfield è un perfetto simbolo del mondo coloniale, un connubio fra India e Inghilterra, acciaio e progettazione in solido, imperfetto e affascinante stile britannico; semplicità ed essenzialità indiane. “Built like a cannon, runs like a Bullet” (costruita come un cannone corre come un proiettile). Questo è il motto della fabbrica Enfield nata per costruire fucili e cannoni che avevano conquistato imperi, perfettamente logico che in seguito avrebbero costruito motociclette per percorrerli in lungo e in largo con orgoglio britannico.

  • Allora, George, mi gusterò un altro Martini e ascolterò il motivo per cui mi hai fatto venire fin qui per un relitto di Enfield e un cappello da marinaio.

Non so quante volte riempimmo i bicchieri, ma quel racconto toccò una corda nascosta perché cominciai a ragionare come non avevo mai fatto. Era senz’altro colpa dell’alcool.

Mio fratello non aveva voluto una briciola dell’immensa fortuna di famiglia, ma aveva chiesto a George di conservare la Royal Enfield modello 180 di mio nonno e quel cappello perché secondo lui erano il momento fondamentale della nostra storia. L’unico che valesse la pena ricordare. Il fatto successe nel 1912, quando il nonno, allora giovane avvocato, si ritrovò nel collegio legale di cui faceva parte Gandhi in difesa di un marinaio, un certo Corto Maltese. Quel tipo era stato arrestato appena sbarcato a Porbandar, un porto del Gujarat, lo stato indiano affacciato sul golfo Arabico. George mi raccontò che un paio di anni prima Corto Maltese era l’ufficiale in seconda sul S.S. Bostonian, una nave che trasportava bestiame fra Boston e Liverpool e in uno di quei viaggi si erano arruolati come mozzi due studenti in cerca di avventure, si chiamavano Reed e Pierce. I due americani non erano abituati a quel tipo di vita, Pierce in particolare non reggeva il lavoro di bordo, così, un giorno, senza dire una parola, nemmeno all’amico, in un porto sgusciò giù dalla nave e alla partenza, invece di risalire a bordo, ritornò diretto in patria con una nave di linea. Durante la navigazione gli ufficiali si accorsero della scomparsa di Pierce e dopo aver ritrovato nella cabina che condivideva con Reed vestiti, documenti e soldi, sospettarono e arrestarono Reed per l’omicidio dell’amico. Quando la nave arrivò in patria, Reed, si ritrovò davanti alla corte di Manchester accusato dell’omicidio dell’amico scomparso. Corto Maltese aveva intuito quello che era successo e, dopo aver mobilitato le amicizie che aveva fra i marinai sulle due sponde dell’Atlantico, riuscì non solo a trovare, ma anche a riportare Pierce, vivo e vegeto, nel tribunale a Manchester.

Il comandante del Bostonian, gli avvocati accusatori e l’intera corte ci fecero una magra figura, Reed felice e per sempre grato al marinaio fu rilasciato, ma Corto Maltese, da quel momento, diventò un “indesiderato” al comando delle navi britanniche. Aveva salvato un uomo, ma aveva perso il lavoro, fu così che iniziò a dedicarsi ai traffici e al contrabbando fra Antille e Brasile diventando un famoso Gentiluomo di fortuna. Il caso volle che dopo un anno il capo della Procura di Manchester fosse inviato in India, nella regione del Gujarat, relegato dai suoi capi ai confini dell’Impero. Il resto è facile da immaginare, appena si ritrovò fra i documenti dei velieri appena attraccati nella “sua” colonia il nome di quel Corto Maltese che gli aveva fatto fare la figura dell’idiota in patria, lo fece arrestare senza lo straccio di un motivo. Ed ecco che subentra mio nonno, il giovane avvocato giustiziere.

Non c’erano motivi per arrestare quel marinaio, non c’era l’habeas corpus. Il collega Gandhi aveva già iniziato la discussione del caso, ma la prendeva alla larga così, alla seconda udienza, il mio vecchio fece in modo di dirottare il collega a Bombay con la scusa che avrebbe potuto seguire le problematiche di un altro processo legato a uno sciopero e subentrò nel processo al marinaio maltese pronunciando un’impeccabile requisitoria sulla salvaguardia delle libertà individuali sancita dalla Magna Charta.

Il giudice rilasciò subito Corto Maltese. Il processo si era svolto nella capitale dello stato, Ahmedabad e per il marinaio c’era il problema di ritornare alla sua barca, il mare era molto più a sud. Ed ecco che il nonno, non solo non richiese un compenso per i servizi legali, ma date le sue relazioni con mercanti, magazzinieri, artigiani e negozianti di tessuti in tutto il Gujarat gli offrì la sua moto personale per raggiungere la barca. E quando Corto gli domandò come avrebbe potuto riportargliela, il nonno gli consegnò un suo biglietto da visita.

  • Se ti servirà aiuto mostra questo biglietto a chiunque abbia a che fare con le stoffe: mercanti, negozianti, trasportatori. Quando sarai arrivato alla tua barca fatti dare quello che ti serve, cibo, denaro, vele e lascia la moto a uno di loro, sono tutti miei amici. Un giorno, ricambierai il favore con qualcuno che ne avrà bisogno, vedrai, farà bene anche a te.

George continuò a raccontare la storia come se avesse assistito alla scena, mi parlò del miglioramento del karma grazie ai gesti generosi mentre io lo guardavo parlare e non riuscivo a staccarmi da quella barba bianca che sembrava una nuvola e mi faceva perdere la nozione del tempo. Era una strana storia di quelle che normalmente non avrei minimamente considerato, invece, non so per quale motivo, mi coinvolgeva, soprattutto il gesto successivo di mio fratello. Per lui, quel momento, quel gesto di generosità era l’unica cosa che contava. E io mi sentivo ancora più bastardo.

Intanto eravamo entrambi ubriachi, la bottiglia di Gin era quasi finita, quella di Martini praticamente piena. Mi diede un appuntamento per l’indomani alle 9 davanti alle scale dell’Imperial.

Si presentò in sella a una Royal Enfield nera. Dopo quella bevuta mi sembrava di avere la testa infilata in un frullatore che continuava a girare. Mi consegnò un casco e, senza dire una parola, fece rombare il motore e si buttò nel traffico guidando come un ragazzino, millimetrico, con i riflessi pronti e senza esitazioni. Ero entrato in un videogioco in cui bisogna schivare e superare ogni essere e ogni oggetto in movimento. Fermò la moto e mi ritrovai a seguirlo nei vicoli di un mercato affollatissimo, si chiamava Chandni Chowk. Camminava deciso, la gente, i motorini, i cani, le biciclette lo schivavano ma io facevo fatica a stargli dietro in mezzo alla folla che si richiudeva come un sipario dopo il suo passaggio. In fondo a un vicolo lercio aprì il lucchetto di una porta scassata, c’era odore di piscio, un grosso topo ci attraversò la strada. Entrammo nel minuscolo cortile di una casa che sembrava fosse stata bombardata, doveva essere un vecchio magazzino, una scala ripida saliva al piano superiore, sul muro scrostato avevano inchiodato una corda per reggersi sui gradini viscidi di melma. Fra i vetri spaccati s’intravedevano scritte sui muri. La parola che si leggeva era sempre la stessa: textiles.

  • La fortuna di tuo nonno è cominciata in questo cesso di magazzino, se non impari a convivere con la puzza di fogna e lo sterco di pecora non riuscirai mai a capire l’odore di una fabbrica di cotone e quello dei colori naturali fatti con erbe, fiori, pollini, conchiglie, pietre tritate e non riuscirai mai a sentire la musica delle mani di una tessitrice sul telaio. I disegni ricamati sulle stoffe seguono le migrazioni dei nomadi, i ricami scolpiti sulle pietre dei templi, quelli della cera che cola, dei sogni che si perdono nel fumo dell’oppio.

Così com’eravamo arrivati, altrettanto rapidamente ripartimmo per ritornare alla moto. Mi sentivo un marziano atterrato su un pianeta bloccato nel tempo mentre la mia testa continuava a girare. Svoltato un angolo stavo per inciampare sui piedi di un vecchio accovacciato per terra. Era pelle e ossa, in testa aveva un turbante bianco, addosso una tunica che un tempo lo era stata. Mi fissò e mi puntò un dito scheletrico in faccia. Era minaccioso. Mi bloccai sorpreso, quasi impaurito. George tornò indietro e urlò due parole. Il vecchio continuava a indicarmi, ma sorrise. Aveva gli occhi più chiari che avessi mai visto, non erano azzurri, erano del colore del mare all’alba, grigi con la promessa di celeste, ci si perdeva là dentro. Aveva due dadi sbeccati fra le gambe incrociate, me li indicò. Buttai un rapido sguardo a George e lui annuì. Li presi in mano e m’invase una strana sensazione, era come se attraverso il palmo irradiassero una leggerezza che mi penetrava e si diffondeva in tutto il corpo. Li strinsi e la testa cominciò a svuotarsi dai pensieri. Buttai i dadi e notai che non avevano i soliti segni, solo simboli rossi.

  • Si sceglie sempre fra due strade, ma il giorno dell’incontro bisogna decidere. Una è la strada che rotola verso la fine, quella che stai percorrendo a occhi chiusi, l’altra ti farà perdere il tempo, ti farà uscire dalla Ruota delle Cose e là ritroverai il tuo sorriso disperso nel vento. Sarai libero, distante e nulla avrà più valore perché tutto si dissolve, tranne quello che saprai trovare nella stanza nascosta.

George mise qualche banconota fra i dadi e fissò il vecchio, vidi una scintilla fra i loro sguardi, ma non riuscii a godermi l’attimo perché George era già ripartito. Mi ritrovai in sella alla Enfield con la testa annacquata che vagava fra i segni rossi dei dadi e il grigio degli occhi di quel vecchio.

Ma che ne sapeva lui della mia stanza nascosta?

Ci sedemmo in silenzio al bar 1911. Era sabato di un pomeriggio afoso. George mi fece un cenno interrogativo, ma io non avevo voglia di niente, non capivo dov’ero. Ordinò due tè.

  • George, dove sono la Enfield del nonno e il cappello di Corto Maltese?
  • In un magazzino a Varanasi.
  • È lontana da Delhi?
  • Dodici ore di moto, un’ora di volo.
  • Allora perché mi hai fatto venire qui e non a Varanasi se sapevi che domani ho il volo per Londra?
  • Se vuoi possiamo partire fra un’ora e tornare in tempo per il tuo volo di domani, ma avevo un’idea e quell’indovino me l’ha confermata.
  • Sentiamo anche questa.
  • La generosità e la giustizia di tuo nonno hanno cambiato la vita di molte persone, innescando una spirale positiva, è il karma della tua famiglia. Non ci s’incontra per caso, è tutto concatenato perché la casualità è nella natura del vivere. Tu vuoi continuare o buttare via tutto quello che hanno fatto tuo nonno e tuo fratello?
  • Mi fai ridere. Prova ad aggiungere qualcosa di più pratico e convincente…
  • Hai ascoltato le parole di quell’uomo? “L’altra ti farà perdere il tempo, ti farà uscire dalla Ruota delle Cose, ma troverai il sorriso disperso nel vento”. La mia proposta è questa: domani andiamo a Jaisalmer, ho un appuntamento che può essere importante anche per te. Laggiù sono iniziate tante cose della tua famiglia, ti farò trovare una Enfield e potrai girare quanto vuoi nel vento in cerca del tuo sorriso.

Probabilmente ero completamente rincretinito, oppure, a volte, scattano reazioni imprevedibili nei momenti in cui ci troviamo fuori dal nostro ambiente e non dobbiamo seguire per forza il solito modo di ragionare, si rompono gli schemi. Oppure mi ero talmente stancato dei miei ritmi londinesi che quella stranezza mi sembrava la strada più illogica e giusta per spaccare davvero qualcosa. Spaccare qualcosa è un sistema per sfogarsi, ne avevo bisogno. Insomma non ho alcuna idea del perché non gli scoppiai a ridere in faccia. Potevo capire se mi avesse proposto di andare a Varanasi a vedere quel vecchio trofeo. Invece no, mi voleva portare a Jaisalmer con lui. Ma che c’entravo io che avevo rifiutato ogni contatto e legame con la mia famiglia, con quel posto? Che c’entravo io col ritmo delle reincarnazioni, col karma? Legami, fili, tessuti, trame nascoste s’infilavano in quella barba bianca che mi faceva dimenticare la faccia dell’uomo che parlava. Quelle parole e quella situazione assurda venivano dalle nuvole e dalla confusione che avevo in testa. Poi entrò in gioco la mia logica razionale: avrei potuto spostare il volo di qualche giorno per divertirmi a immaginare cosa avrebbero fatto quelli che mi aspettavano a casa. Questo sarebbe stato l’aspetto divertente della situazione e poi, l’unica cosa che m’importava davvero era andarmene in giro in moto.

Da quanto tempo non tornavo ragazzino? Troppo.

  • Sai che ti dico, George?
  • Che verrai.

George, il vecchio saggio mi stava sulle scatole.

Il giorno dopo eravamo a Jaisalmer nella casa di un Maharaja trasformata in albergo. I tappeti coprivano ogni angolo del pavimento, stoffe preziose rivestivano le pareti. Le finestre si affacciavano sul nulla vibrante del deserto. Lampade antiche e candele contribuivano a far traballare i sensi anche all’interno delle stanze mentre i profumi di gelsomino e legno di sandalo stordivano quanto i Martini del giorno precedente.

L’appuntamento era in mezzo al deserto con una carovana di pastori Rabari che consegnarono a George montagne di scialli, stoffe, tappeti, tessuti ricamati. Fu così che scoprii che George era il fornitore principale di tutti gli importatori della mia ditta, che aveva continuato a girare come faceva mio nonno e passava lunghi mesi insieme agli artigiani persi nei deserti del Kutch, quella carovana veniva da laggiù. Dopo due ore eravamo seduti intorno al fuoco in un campo tendato, alcuni uomini cominciarono a suonare, nacchere, tamburi, sitar e una specie di libro che si apriva e chiudeva come una fisarmonica mentre un paio di ragazze iniziarono a ruotare come dervisci in una danza ipnotica e sensuale. La mia testa continuava a girare, ma ormai mi ero abituato a quello stato. Ridevamo e arrotolavamo pezzi di chapati caldo per intingerlo in curry piccanti e dal di lenticchie fumanti, poi la notte ammantò di freddo il deserto, ci salutammo stringendoci le mani come fanno gli amici che si capiscono e non vogliono aggiungere parole inutili e poi mi rannicchiai sotto le coperte ancora vestito.

Il giorno dopo tre grossi camion si portarono via i tessuti, ma da uno dei bestioni gli uomini scaricarono due Royal Enfield Bullet identiche, nere. Sorrisi come un ragazzino e George mi fece cenno di seguirlo. Sulla moto dopo tanto tempo mi sentivo impacciato, ma era splendida. La prima in basso le altre sopra, la vibrazione metallica stonata era un ruggito sommesso, la sella era larga e comoda come una poltrona. Lentamente mi abituai ed era magnifico filare nel deserto, libero, senza casco, nel vento caldo e secco. All’improvviso George s’inoltrò in un sentiero sterrato, sentivo le ruote slittare, avevo paura di cadere come un imbecille, invece accelerai e mi affiancai a lui. Due cavalieri solitari. Sorrise e allungò. Alzavamo due lunghe nuvole di polvere che rimanevano sospese nell’aria, mi guardai intorno e sentivo le note delle chitarre di Ry Cooder e di John Lee Hooker che mi attraversavano la testa e danzavano con i granelli di sabbia.

Ci fermammo su una collina da cui si poteva osservare l’immenso vuoto che ci circondava. C’erano una serie di altari e steli di pietra su cui erano scolpite figure umane. George indicò a oriente, il sole stava sbucando da una striscia di nuvole grigie, s’intravedeva una riga rossastra di mura crollate.

  • Quel villaggio distrutto si chiamava Kuldhara, dicono che adesso ci vivano i fantasmi. La popolazione che abitava là se ne andò all’improvviso, in una sola notte, abbandonarono anche altri villaggi soltanto perché qualcuno aveva tradito una promessa. La parola data è sacra da queste parti. La tua famiglia veniva da quel paese. La collina dove ci troviamo adesso era il luogo delle cremazioni, se vuoi sentire la polvere del tuo passato, prova a chiudere gli occhi e annusa il vento.

Era un posto strano, sentivo solitudine, un fascino desolato, ma nient’altro, anzi il vento mi diceva che avevo voglia di rimontare in sella, sentire il rombo della moto e andarmene lontano lasciandomi dietro una nuvola di polvere e una traccia sottile.

Anche il tono da guru di George mi aveva stancato, come tante altre cose. Volevo sparire. Mi lesse nel pensiero. Mi propose di andare a sud, solo, verso il Rann, i deserti di sale del Gujarat, verso le città della costa dov’era sbarcato Corto Maltese, Porbandar, Veraval, Diu, Bhavnagar e arrivare ad Ahmedabad, la capitale dei tessuti, la città dove s’era svolto il processo, dove mio nonno aveva la sua base commerciale. Da lì sarei potuto volare a Delhi e tornare al mio mondo.

  • Il modo migliore per viaggiare è perdersi, abbandonare vecchi schemi e fantasmi. Il modo migliore per dimenticare è andare lontano, anche dal tempo, riempire il proprio silenzio.

Bastava davvero. Risalimmo sulle moto.

  • Ma questo l’hai capito e hai voglia di seguire il tuo vento.
  • Come farò a ridarti la moto quando sarò stanco di perdermi?
  • Come ha fatto mio nonno con Corto Maltese, la lascerai al primo mercante di tessuti che trovi, ovunque tu sia.

Immaginavo quella risposta. Sorrisi, misi in moto la Enfield e puntai a sud.

Lo salutai come fanno i marinai, alzai una mano e non mi voltai indietro.

Avevo voglia di restare solo. Da troppo tempo non ci riuscivo. Non ricordavo un momento così carico di possibilità, guardavo la strada e avevo soltanto voglia di andare, senza pensare.

Ero sempre stato solo, ma c’era sempre qualcuno che aveva bisogno dei miei soldi. Mentre continuavo a puntare a sud pensai alla situazione, il mio bagaglio era rimasto all’Imperial, avevo portato con me uno zaino con un ricambio, il telefono, il caricatore, il passaporto, il portafoglio con 300 dollari, il corrispondente in Rupie di 200 dollari e la carta di credito. Sarebbe bastato, potevo andare ovunque. Dopo due ore la strada iniziò ad allargarsi, cominciò il caldo e aumentò la puzza degli scarichi e delle montagne d’immondizia sparse lungo i bordi d’asfalto e nei canali. Non c’erano regole, bisognava evitare le vacche che passeggiavano sulla corsia di sorpasso, le greggi di pecore che attraversavano, le macchine che s’infilavano fra camion scassati e ogni altro genere di veicolo fumante e quelli infine che percorrevano un tratto di strada contromano. Sulla corsia opposta mi capitò di vedere una nave, non trainata: era un camion che aveva la forma di una nave. Ormai mi aspettavo di tutto e non mi sorprendevo più. C’era solo una cosa che accomunava ogni veicolo: tutti suonavano in continuazione. Dopo altre tre ore il casino aumentò esponenzialmente, in maniera vorticosa: eravamo alla periferia di una città, non riuscivo a leggere i cartelli perché erano piccolissimi o coperti da pannelli pubblicitari. Dovevo fare benzina, avevo sete, dovevo andare al bagno. La pompa di benzina che scelsi era la base di sosta di almeno trenta grossi camion arrugginiti ma pieni di luci, colori, disegni e nastri appesi per scacciare chissà quale demonio. Non c’è bisogno che descriva i cessi, il cibo che mangiai e le camere dove mi trovai a dormire nei due giorni che ci misi ad arrivare a Bhuji. Laggiù trovai un albergo che un cartello pretenzioso definiva “Resort”. Entrare in una di quelle camere dozzinali ma pulite, sentire che esisteva un collegamento wi-fi, che avrei potuto pagare con la carta di credito e immaginare che avrei potuto anche cenare, fare una doccia e ricaricare il telefono mi sembrò un sogno. C’erano decine di chiamate ed email da tutti, non risposi e non aprii alcun messaggio. Avevo bisogno di tempo, dovevo ricaricarmi anch’io. Il manager dell’albergo era un uomo strano, una specie di sacerdote laico, un bramino, si chiamava Raj. Aprì una carta geografica e mi mostrò dov’eravamo. Ero circondato da deserti e lagune salate, mi propose di andare a vedere il Rann, nel punto in cui il deserto di sale s’incontra col mare. Partimmo il giorno dopo, all’alba, lui guidava la sua vecchia Honda Hero scassata. Lungo la strada il paesaggio diventava sempre più spoglio e a me succedeva la stessa cosa. La moto s’infilava nel vento ed io ero un albero a cui il vento staccava le foglie, una a una.

Una lucida mandria di bufali d’acqua attraversò la strada al galoppo e una nuvola di polvere ci avvolse. Rimasi a guardare la polvere, uno dei profumi dell’India che non dimenticherò. Rimase sospesa, come la mia vita.

Anche la polvere, non aveva voglia di continuare a volare, voleva godersi il distacco, come me.

Ci fermammo davanti a un vuoto orizzonte azzurro. Solo una linea sottile separava il cielo dal mare, il mio sguardo aveva voglia d’infilarsi proprio là in mezzo. Quella linea era un collegamento fra quello che vedevo e un passato sconosciuto che si voleva affacciare. Rimasi nel Resort per una settimana, avevo paura di abbandonare le comodità, di continuare sulla strada della polvere, del distacco, ma riuscivo a ignorare telefono, email, notizie. Parlavo a lungo con Raj, anzi era lui che parlava, io lo ascoltavo. Mi spiegò la condanna dell’anima a reincarnarsi di corpo in corpo nel ciclo infinito delle rinascite e che solo un buon karma determina la qualità della vita nel presente, ma influisce sul futuro per arrivare alla liberazione, al nirvana. Ripensai a mio nonno, a Mr. George e a quello che mi aveva detto il vecchio dagli occhi grigi nel mercato di Delhi.

Il Gujarat è una regione selvaggia, i turisti non ci arrivano, è scomoda, per legge non si può vendere alcool, la cucina è esclusivamente vegetariana. Io mangiavo poco, non bevevo, camminavo, e ogni giorno mi sentivo meglio. La pelle s’induriva nel sole e nel vento, la testa cominciava a girare in maniera diversa. Era tornata la voglia di andare. Pensai a certe frasi di Jack Kerouac che quand’ero studente m’erano sembrate senza senso, roba adatta a quel periodo di scema contestazione: “Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare.” Ma che voleva dire? Se non hai una destinazione e un obiettivo preciso, non concludi niente nella vita.

Invece adesso capivo quanto fosse bello perdersi, perdere la strada, la velocità, e soprattutto il senso del tempo.

Non avevo mai avuto un pensiero o un atteggiamento religioso né spirituale, ma cominciavo a capire cosa fosse il dharma, l’insieme di atteggiamenti positivi che portano alla liberazione dal ciclo di vita e morte. Nello stesso tempo mi rendevo conto che sarebbe stato difficile togliermi la pesante corazza che m’ero cucito addosso da solo, i muri che m’ero costruito intorno. Ma volevo vedere il mare, ancora più a sud. Volevo immaginare il molo dov’era ancorato Corto Maltese prima d’essere arrestato. Non capivo il perché, ma dovevo andare a cercare quel profumo di libertà.

Salutai Raj e lui mi sfiorò con due dita la fronte, le mosse rapidamente di lato come volesse togliermi una macchia dalla pelle. Non disse una parola, fece un inchino e unì le mani davanti al petto in segno di saluto. Fine.

Non so quante volte rischiai di farmi agganciare dai paraurti dei camion o di sprofondare in buche non segnalate che tagliavano la strada in due. Quando il frastuono e la puzza delle strade principali mi faceva storcere la bocca per il disgusto deviavo verso le campagne e la pace. La mia Enfield col suo rombo mi regalava il sorriso che cercavo, non avevo fretta, non avevo appuntamenti. Imparai a conoscere i capricci della moto, ad assecondare le sbandate. Era una magnifica sensazione stringere fra le cosce quel serbatoio panciuto, sembrava di andare a cavallo. Era una compagna, eravamo una cosa sola. Muovevo i fianchi e la facevo scodinzolare come un cane felice. Certe volte mi mettevo a fischiare le canzoni di Johnny Cash, altre volte urlavo ritornelli stupidi inventando le parole. Un giorno stavo per finire in una pozza di fango solo perché volevo rifare sul serbatoio la rullata di batteria di Moby Dick dei Led Zeppelin con entrambe le mani. Moby Dick, Melville, un’altra storia di marinai, sentivo che dovevo raggiungere il mare e stavo diventando sempre più libero e sempre più scemo. Stavo cambiando o ritrovavo il ragazzino che avevo tradito e rinchiuso in quella stanza nascosta? Non mi fermavo più nei punti di sosta organizzati per i turisti, mi davano fastidio i pacchetti di biscotti allineati, le buste di patate fritte, le bibite fresche, i cessi puliti, le collanine e le statuette di Ganesh. Mi fermavo nei ristoranti dei camionisti, mangiavo lenticchie piccanti, chapati con patate e cipolle, bevevo tè masala e dormivo vestito, senza lavarmi. E stavo bene. M’indurivo e lasciavo sciogliere i pensieri nel vento. Mi fermai a Veraval, ma il porto puzzava di mare stantio, di pesce rancido e fogna. C’erano centinaia di pescherecci ancorati come grappoli di mosche ai moli luridi come latrine, lungo l’unica strada decine di cantieri costruivano barche o smontavano le assi marce di quelle rovesciate a pancia all’aria. Era un mondo di scheletri di legno protesi nel cielo e di naufraghi che si trascinavano nel fango o nel sole cocente. Ovunque c’era povertà, degrado, desolazione, eppure, carpentieri, marinai, pescatori, tutti seduti in cerchio all’ombra delle barche, mi sorridevano, mi parlavano in hindi e m’invitavano a mangiare con loro. Era la prima volta che accadeva, forse ero cambiato e se ne accorgevano. Anch’io ero diventato un naufrago come loro.

Mi tornò in mente il marinaio che mio nonno aveva aiutato ad essere libero, Corto Maltese, mi stava restituendo il favore regalandomi un percorso imprevisto fra memoria e libertà.

Bhavnagar, un’altra sosta in un albergo “civile” e un’officina specializzata in Bullet. Pezzi di motore ovunque, il pavimento coperto da uno strato di polvere e grasso, due uomini in maniche di camicia, le pance prominenti, gli occhiali appannati, ma dopo due giorni di cura la moto cantava senza battere in testa, le candele pulite, i freni tirati. Lasciai il sud verso Ahmedabad, mi servivano altre cinque o sei ore per completare quel viaggio ed ero confuso. Il motore girava regolare come un orologio, ma era più silenzioso di prima, un po’ triste, come me. Un cartello indicava l’inizio del Velavadar National Park. La civiltà degradata svaniva sostituita da una natura scarna, la strada tirava una linea dritta fra distese basse e piatte, deserti da un lato, saline candide dall’altro. In mezzo, mucchi di sale, capannoni scassati, carrelli elevatori, rulli dentati. Un po’ più avanti un fiume marrone si faceva strada nella grande pianura, intorno alle placide anse la terra era arsa e spaccata, il fango era incrostato come la pelle di un elefante. Linee e incroci di terra, d’acqua e sole. Accostai la moto. Non passava nessuno. Un raggio di sole colpì il marchio cromato e Bullet mi strizzò l’occhio, era contenta di quella sosta nel vuoto. Mi girai intorno e lo sguardo si perse. Oltre un ponte il fiume formava una bassa laguna, centinaia di fenicotteri la punteggiavano di macchie rosa, mi avvicinai, per la prima volta m’era venuta voglia di scattare una foto. I fenicotteri si allontanarono lenti, rimasi solo sul nastro d’asfalto che tagliava uno spazio deserto e pulito dell’India, del mio viaggio.

Passò un grosso camion, il solito clacson, mi ricoprì di polvere rossa. Infilai la chiave nella moto, ma mi bloccai e lo vidi arrivare. Era sbucato dal nulla. Un uomo in cammino. Scalzo, un bastone in mano, procedeva lento, l’andare senza tempo dei nomadi. Nell’altra mano teneva una sacca, c’era solo una coperta. Era vestito di bianco, lercio, le unghie lunghe, lo sguardo si perdeva in fondo alle cose, oltre le cose, dove gli altri non riescono a vedere. Eravamo di fronte, e non c’erano parole. Serviva quel viaggio, dovevo perdere la strada, il tempo. Quello sguardo era memoria. Gli occhi dell’uomo fenicottero mi trapassarono lasciandomi dentro lo sguardo di mio fratello. Avevo un appuntamento con lui.

Lo abbracciai e mi lasciò fare, esile, spariva fra le mie braccia. Avrei voluto dargli tutto quello che avevo, ma sarebbe stato inutile. Riprese il cammino, io rimasi lì.

Guardandolo scomparire all’orizzonte mi lasciai riempire dal vuoto.

Percorsi la stessa strada, nella medesima direzione, ma non lo vidi più.

Ad Ahmedabad mi fermai in un magnifico albergo, cento anni prima era stata la casa di un mercante di tessuti, su una parete era disegnato l’albero genealogico della famiglia, all’ultimo piano c’era un museo dei tessuti. Ripensai alla nostra famiglia: un albero dal tronco mozzato. Ero rimasto solo, i miei fili erano aggrovigliati ma quell’abbraccio aveva sciolto molti nodi e quella pista di ghiaccio che era stata la mia vita.

L’Adalaj Vav poco fuori dalla città, è un antico pozzo, dove bisogna scendere molti gradini: un capolavoro di colonne, piattaforme, scalini e pareti decorate. Lo fece costruire una donna, la moglie di un capo locale, per onorare gli dei del bene più grande, l’acqua. Quando arrivai là sotto, faceva fresco, l’acqua era di un bellissimo verde, ci si specchiavano pietre, archi e decorazioni. Mi fermai a guardare, seguivo un lento fluire di pensieri. Nel corso del viaggio l’acqua e la polvere mi avevano aiutato a sciogliere le certezze, a trovare la distanza.

E quel marinaio aveva innescato ogni cosa.

Non sapevo chi fosse Corto Maltese, eppure mi rendevo conto che un personaggio sconosciuto, quasi irreale, mi aveva aiutato a cambiare.

Chiamai George e ci trovammo a Varanasi.

Gli lasciai la vecchia Enfield modello 180. Era un capolavoro, conservata in maniera perfetta, adatta a chi sapeva scrivere una lettera come aveva fatto lui.

  • Tienila tu, George, un giorno faremo un giro nel deserto con lei, insieme ai nostri fantasmi.

Il cappello da marinaio lo portai con me perché rappresentava tutto il resto.

Passeggiammo lungo il Gange verso il luogo delle cremazioni, il sole stava calando e lo spettacolo era incredibile, c’erano decine di pire e i corpi ardevano in un’atmosfera di strana normalità, almeno per il vecchio Jamal. Il nuovo Jamal, grazie ai fantasmi del passato aveva capito quello che da sempre è chiaro agli indiani, che la morte è parte della vita e che certe persone arrivano da un luogo oltre il tempo per raccontarci che la realtà più vera è quella che si fonde con la memoria.

È da un po’ di tempo che giro l’India sulla mia Enfield fregandomene di tutto, dopo i deserti ho visto la pioggia rigare i templi rossi di Orchha, i fiori di loto ricoprire il lago di Khajuraho e la nebbia avvolgere i pellegrini che camminano scalzi per purificarsi nel Gange.

Cerchiamo la libertà come naufraghi persi in acquario appannato e continuiamo a vagare in cerca di un’uscita o di uno spiraglio di luce.

Ieri ho scritto una lettera a George tanto per non sparire del tutto, almeno con lui:

Salve George, stai tranquillo, io sto bene e ho imparato a cavarmela senza aiuto.

Mio fratello c’è riuscito, forse l’ho incontrato lungo la strada oppure ha mandato un suo amico a spiegarmi come fare per staccarmi dalla Ruota delle Cose. Un proverbio indiano mi ha fatto capire quello che serve: “Per la vacca malata, il corvo; per l’uomo malato, il bramino.” Forse ho incontrato un bramino, forse sto guarendo da solo. A volte dormo negli alberghi a cinque stelle, altre volte sotto alle stelle.

Non ho più intenzione di tornare a Londra a combinare affari per gli altri per poi arraffare la mia commissione. Un giorno forse tornerò, ma solo per pensare alla mia ditta di fili perduti.

Per il momento mi guardo intorno, ho imparato a pensare, ad aspettare, a digiunare. Rimarrò lontano per un po’. Loro ti cercheranno, vorranno notizie,

ma tu non dire niente, la mia famiglia e quelli che mi aspettano non moriranno certamente di fame e io potrò divertirmi a immaginare come faranno a cavarsela.

Comunque grazie per la storia di Corto Maltese e per la Enfield,

non li dimenticherò,

sono stati un passaporto per la libertà.

Certe cose adesso me le voglio godere,

dalla distanza.

Mi manca molta strada per il Nirvana e non so nemmeno se m’interessa.

Resterò in mezzo alla polvere del mondo,

ma avrò bisogno di tempo perché sono uscito dalla Ruota delle Cose.

 

Jamal

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Un’intervista

 

Viaggio nell’eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner

di Claudio Oreste Menafra

per “The Serendipity Periodical”

La continua ricerca di una suggestione che possa permetterci di entrare in un mondo diverso, toccare un’atmosfera in evoluzione, scendere nel profondo delle cose, Marco Steiner racconta Corto

In occasione della conferenza Gli orizzonti aperti di Hugo Pratt, tenutasi in Sapienza nell’edificio di Ex poste il 19 giugno scorso, la redazione di The Serendipity Periodical ha avuto la possibilità di rivolgere delle domande ad alcune delle personalità che si sono susseguite con i loro interventi durante il convegno; tra queste, la figura di Marco Steiner, un nome che già di per sé varrebbe un intero viaggio fatto di avventure, magia e terre remote emerse dall’immaginario, alla ricerca forse di una suggestione che irrompa bruscamente nella linearità del già costruito impostoci dal reale. Andiamo allora facendo rotta verso l’immaginario letterario di Steiner, ed andiamocene così, tanto per andare..

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Marco Steiner, foto di Luigi Maggio

Quando Dio creò tutte le creature, chiese poi all’uomo di dare un nome ad ognuna di esse, oltre che a se stesso. Le immagini bibliche hanno da sempre suggerito il fatto che il nome sia un qualcosa di più di una semplice etichetta per denominare e facilitare l’identificazione di un qualcosa a qualcuno; il nome rappresenta l’identità e l’essenza degli esseri viventi. Lo stesso principio credo sia valido anche per lo pseudonimo di un autore, che ne anticipa, in un certo senso, la sua arte, si può dire lo stesso del tuo?

Il mio pseudonimo l’ha inventato Hugo Pratt quando abbiamo iniziato a parlare insieme di un mio sogno: iniziare a scrivere seriamente.

  • Hugo, ma posso scrivere storie di viaggio e avventura con il mio nome vero, Gianluigi Gasparini? Secondo me non funziona.
  • Forse bisognerebbe trovare uno pseudonimo.
  • Inventemolo
  • Quali sono i personaggi della letteratura a cui sei sempre stato legato?
  • Marlowe il detective di Raymond Chandler e Corto Maltese.
  • Ben, alora ti sarà Mar-Co da loro due.
  • E il tuo scrittore preferito?
  • John Steinbeck, su questo non ho dubbi, Hugo.
  • Alora, visto che ti xe furlan, ti saràSteiner, uno Steinbeck mitteleuropeo, così la gente non capisce se sei tedesco, svizzero, ebreo, italiano e poi   è breve, funzionerà…
  • In effetti in questo pseudonimo ci sono la mie due passioni letterarie, l’avventura e il noir americano.
Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Corto Maltese, Hugo Pratt

In quali circostanze hai conosciuto Pratt e in che modo successivamente ha contribuito alla tua produzione artistica?

L’ho conosciuto diventando per caso il suo dentista, abbiamo iniziato a parlare di viaggi, di musica, di cinema di tante altre cose meno che di denti. Poi scherzando mi chiese di fargli i denti d’acciaio come Squalo, un cattivo della serie dei film di 007 con James Bond, mi ha anche disegnato come avrebbe voluto che fosse il suo sorriso. Da quel momento ho iniziato a lasciare progressivamente il mio lavoro per diventare un suo “ragazzo di bottega”, andavo a cercare i libri che gli servivano, le carte geografiche, cercavo i colori giusti delle bandiere, dei gagliardetti, delle mostrine dei vari reparti militari, oppure le piante che crescevano in determinati territori, parlavamo di storie strampalate e di fatti reali. Poi ho iniziato a diventare il suo autista, nel frattempo ho visto centinaia di film con lui nelle più disparate lingue e agli orari più improbabili.

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Marco Steiner, foto di Luigi Maggio

Un giorno, mentre facevamo un lungo viaggio in macchina mi ha chiesto di collaborare con lui e così ho iniziato scrivendo un articolo giornalistico su una teoria che riguardava i continenti scomparsi di Atlantide, Mū e Lemuria, era la teoria del colonnello Churchward, poi dopo altro tempo mi ha fatto lavorare intensamente a un libro a cui teneva molto, “Avevo un appuntamento” delle Edizioni Socrates.  Pratt era appena rientrato da un lungo viaggio nel Pacifico alla ricerca dei suoi sogni giovanili a partire da un omaggio laico che aveva voluto rendere alla tomba di R. L. Stevenson ad Apia nelle Samoa. Facevamo lunghe passeggiate e lui mi raccontava le storie del veliero Yankee oppure mi parlava di “Pioggia” un romanzo di Somerset Maugham e di Emma Coe che aveva creato un suo impero nel Pacifico con il commercio della copra. Insomma mi raccontava i suoi sogni dei sui Mari del Sud e mi diceva di cercare e integrare quei ricordi con storie vere e immagini che sarebbero dovute scaturire da “tutte quelle isole che erano disseminate nell’Oceano come punti di sospensione messi lì solo per far immaginare e per continuare altre storie…” Queste furono le parole che innescarono la reale ricerca del sogno che avevo coltivato da sempre e quello fu il vero inizio di Marco Steiner scrittore.

Sono ormai passati anni sia dalla morte di Hugo Pratt, sia dalle ultime avventure esotiche di Corto Maltese; ma soprattutto è passato del tempo dalla pubblicazione di un romanzo prattiano rimasto incompiuto dal titolo Corte sconta detta Arcana; tu hai avuto il compito di terminare questo incompiuto prattiano; ecco vorrei entrare per un attimo nel tuo laboratorio di scrittore e capire in particolare cosa significa fare letteratura a partire da un tracciato diegetico-narrativo già iniziato e che tipo di ricadute ha sull’impegno intellettuale

La nostra collaborazione letteraria era iniziata già con la “Ballata del mare salato” nella versione romanzo edita da Einaudi. Questo può essere un buon inizio per parlare di questo argomento. Pratt mi fece notare che un romanzo non sarebbe potuto iniziare come nel fumetto con l’Oceano Pacifico che parla delle sue furie e di velieri distrutti e con il ritrovamento da parte di Rasputin sul suo catamarano figiani di un Corto Maltese barbuto e legato in croce su una zattera improvvisata.

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Hugo Pratt, cortomaltese.com

In una delle nostre passeggiate mi guardò negli occhi come solo lui sapeva fare e mi domandò:

  • Cosa ti succede quando resti legato per ore e ore in mezzo al mare?
  • Sei disidratato, Hugo, le onde continuano a sbatterti addosso, hai la pelle incrostata, le labbra spaccate e gli occhi semichiusi per i cristalli di sale fra le ciglia.
  • Perfetto! Allora possiamo immaginare che attraverso i cristalli di sale, i riflessi del sole creino degli abbagli, delle allucinazioni e che quelle mettano in moto dei ricordi…
  • E poi aggiunse:
  • Potremmo immaginare che Corto in quel momento così vicino all’abbandono o forse alla morte, si riveda ragazzino, nella luce abbagliante della sua gioventù a Cordoba. Prova a pensare a una situazione del genere, buttami giù qualcosa.
Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Corte sconta detta arcana, Einaudi

È così che ho iniziato a pensare e ad abbozzare il primo capitolo, poi abbiamo continuato insieme, serviva un contesto storico che spiegasse meglio i motivi della presenza di un sottomarino tedesco nelle lontane isole del Pacifico e così via. La stessa cosa e a maggior ragione, visto che Pratt non c’era più, è successa con Corte Sconta detta Arcana. Questa è una storia complessa e bisognava raccontare in maniera più approfondita certe situazioni storiche e delineare meglio personaggi del calibro del barone Roman von Ungern-Sternberg il comandante della Cavalleria Selvaggia. Sapevo bene dove trovare i libri di Ossendorwski come “Uomini, Bestie e dei” oppure quelli di Joseph Kessel e di tanti altri. Serve tanta ricerca, sempre, sia nel disegno che nella descrizione letteraria. Le fonti originali sono fondamentali per l’ossatura portante della storia. “Divertirsi seriamente” è l’insegnamento fondamentale che mi ha regalato Hugo Pratt.

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Marco Steiner, foto di Luigi Maggio

In una pagina a fumetti Pratt disegnava una carica di cavalleria dove i movimenti dei cavalli, le armi dei cavalieri, i simboli delle bandiere, il terreno dove avveniva lo scontro erano illustrati con tecnica perfetta e con precisione di dettagli, nella stessa situazione raccontata in un romanzo, non si può descrivere e far sentire alla stessa maniera il movimento, ma ci saranno i rumori, gli odori del sudore dei cavalli, della terra, del fango o della neve alzata dagli zoccoli e poi le grida e il clangore del metallo delle spade e le esplosioni dei colpi di fucile. Scrivere e disegnare sono due mondi bellissimi che hanno tempi diversi, la lettura di una pagina disegnata Pratt riempie lo sguardo con un colpo d’occhio fulminante, quella di una pagina scritta e tratta dalla stessa situazione ha bisogno di un progressivo ingresso in quell’atmosfera, le parole dovrebbero lentamente riempire l’immaginazione.

È una piccola grande magia, è una tecnica diversa, a volte è possibile.

È curioso come tutti i tuoi romanzi abbiano come protagonista la giovinezza di Corto Maltese; di solito si preferisce continuare le storie già iniziate: a nessuno verrebbe mai in mente l’idea di scrivere sulla Bildung di Ulisse, mentre molti sono stati quelli che hanno immaginato una possibile prosecuzione delle sue avventure dopo il suo rientro ad Itaca. Nulla ti avrebbe vietato, nel nostro caso, di esplorare le vicende di Corto dopo l’ufficiale uscita di scena avvenuta intorno al 1926-27. Come mai questa decisione?

Dopo aver conosciuto abbastanza a lungo Hugo Pratt e il suo metodo di creazione delle storie, dopo aver tanto viaggiato sugli Itinerari di Corto Maltese, un personaggio che non esiste nella realtà, e aver cercato in giro per il mondo suggestioni del suo non-passaggio cento anni dopo, mi sembrava banale e non corretto “continuare” le sue storie. Hugo Pratt mi aveva sempre stimolato a “inventare” qualcosa di nuovo. Ha iniziato inventando con il mio nome, poi mi ha concesso di collaborare al suo fianco, in pratica mi ha invitato nel grande immaginario avventuroso che aveva sempre fatto parte del mio carattere, a quel punto, anche se più impegnativo e rischioso, sarebbe stato molto più stimolante e rispettoso provare a immaginare una giovinezza di Corto Maltese prima che diventasse il personaggio che Hugo Pratt ci ha fatto conoscere. Questo è stato il senso della mia grande avventura lungo gli itinerari di Corto. In fondo avevo iniziato immaginando insieme al mio Maestro il primo capitolo della Ballata con quel ragazzino che vaga nei vicoli assolati di Cordoba fra il profumo delle arance e quello dei gerani, mentre insegue una musica di flamenco intensa e malinconica.

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
La ballata del mare salato, Hugo Pratt

Forse Pratt mi ha aiutato a entrare nella mente di quel ragazzino, era naturale continuare da quel momento. Sapevo da Hugo Pratt che il padre di Corto era un marinaio della Cornovaglia e che sua madre era una gitana andalusa amante di oroscopi e tarocchi, a quel punto ho provato a immaginare chi potessero essere gli amici da incontrare lungo la strada, mi serviva un marinaio esperto che gli insegnasse a navigare ed è nato il comandante Robart Kee e poi ho cercato di immaginare una serie di situazioni che iniziassero a forgiare il suo carattere. In fondo non mi sembrava corretto navigare nella stessa barca di Corto Maltese, sarebbe stato bellissimo viaggiare in vista del suo veliero e magari incontrarlo in qualche porto per parlare di tesori, di avventure o per restare insieme in silenzio a gustare un buon rum. È un buon amico Corto Maltese, ma ha bisogno di spazio.

Per scrivere i tuoi romanzi sulla gioventù di Corto hai dovuto viaggiare molto, ripercorrendo fisicamente gli itinerari ed i luoghi reali attraversati da un personaggio immaginario a distanza di quasi cent’anni dal suo fittizio passaggio; il connubio tra realtà ed immaginazione diventa quasi uno strumento propedeutico alla scrittura? Il viaggio mentale, da solo, non è sufficiente allora?

I miei viaggi nei luoghi reali delle avventure immaginarie di Corto Maltese mi hanno dato modo di seguire una specie di scia, solo dopo aver attraversato la Manciuria e la Mongolia si riesce a descrivere l’odore del vento e il colore della polvere di quelle piste; nella stessa maniera sarebbe difficile descrivere il rumore dei passi nelle notti veneziane senza aver vagabondato fino all’alba nelle zone più solitarie e meno frequentate dell’Arsenale o del Ghetto. Molte cose si possono immaginare, molte altre si possono ritrovare navigando in rete, ma seguire una storia prattiana nei luoghi dove si è svolta “realmente” aggiunge particolari e amplia un universo e consente, a volte, di entrare in un vero “straniamento”, un qualcosa che porta a vivere in maniera quasi reale le atmosfere disegnate o acquarellate. Ho provato a viaggiare in cerca del ricordo di qualcuno che non è mai esistito se non nella fantasia di un grande artista e queste derive, questi vagabondaggi non hanno solo formato la mia scrittura, ma anche il mio modo di vedere le cose. Lungo la strada, il viaggio mentale può intraprendere direzioni difficili da immaginare, è come entrare e vivere in un miraggio, i passi sono più leggeri e i profumi più intensi.

Hai spesso fatto riferimento, durante il tuo intervento alla conferenza Gli Orizzonti aperti di Hugo Pratt, alla letteratura prattiana come tentativo di produrre uno sradicamento del lettore dalla propria comfort zone culturale (to be uprooted); una letteratura che se ben accolta produce un distacco traumatico dal proprio mondo di preconcetti ed aspettative per incontrare il nuovo e l’inaspettato. Credi sia questo il compito costante della letteratura, cioè rinnovare le nostre sovrastrutture culturali? Aiutarci a dare sempre nuove prospettive ad un mondo storicamente pre-costruito?

La letteratura che amo è quella che racconta qualcosa che non conosco, quella che tende a superare la descrizione oggettiva. Non ho mai amato la letteratura d’intrattenimento, anche quella realizzata nella maniera migliore, ho sempre amato il fantastico e l’avventura perché racconta, come dice la parola stessa, l’advenirecioè quel qualcosa che non è ancora accaduto. Amo i viaggi non preorganizzati, quelli che non hanno una destinazione precisa perché consentono la scoperta, nella letteratura seguo lo stesso principio, penso a una storia possibile e poi inizio senza impostare rigidi cardini allo sviluppo della storia, quello che provo a immaginare subito è invece un buon finale. Il compito della letteratura credo sia quello di stimolare l’immaginazione, di scuotere dal torpore, di istigare alla curiosità, di sorprendere oppure di infilare il dito nella piaga delle problematiche di questo nostro mondo come fa “La strada” di Cormac McCarthy. Non ho mai amato i libri “carini”, i libri da spiaggia, i libri che una volta letti finiscono in uno scaffale e si dimenticano per sempre. Mi piacciono i libri da rileggere una seconda o una terza volta, non iniziando dall’inizio alla fine, ma leggendo a caso, per pescare qualcosa nel flusso delle parole. Ho un debito nei confronti di tutti quegli scrittori che hanno aperto il mio immaginario cambiandomi la vita, per questo cerco modestamente di restituire qualcosa.

Nell’economia di una storia, qual è il senso di proporsi un obiettivo, un telosdi ricerca anche se fittizio ed in fondo scarsamente rilevante? Il fantomatico tesoro, sempre anelato ma mai raggiunto, nelle vicende di Corto, è una semplice molla diegetica che produce intreccio oppure è indice di una condizione umana, quella di dove innestare per forza un orizzonte di senso nel vagabondare senza senso della vita?

Il senso è quello di partire e di muoversi, fisicamente, ma soprattutto intellettualmente, di non arenarsi in un porto sicuro e stantio, ma questo non vuol dire vagabondare senza senso, anzi al contrario, vagabondare serve a cercare un senso. L’inquietudine porta alla ricerca e la curiosità arriva nel corso del viaggio con gli incontri. Il “tesoro” potrebbe essere proprio il desiderio di non fermarsi per continuare a cercare.

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Corto Maltese

In più battute hai definito Corto come un apritore di porte, che è in grado di generare incessantemente nuovi percorsi a partire da quelli già noti; è forse questa la grandezza di quei personaggi letterari che fanno ormai parte del nostro pantheon immaginario? La loro costante disponibilità ad imbarcarsi in sempre nuove storie; Ulisse ormai giunto nella sua comfort zone di Itaca è una sconfitta per la letteratura?

Il ritorno non è una sconfitta, ma l’inquietudine del viaggio e le derive necessarie per una vera ricerca, che non sia la spasmodica tensione al raggiungimento di un luogo o di un limite, sono la condizione necessaria per la vera libertà di movimento e questo deriva da un desiderio fisico e mentale, ma anche da una sorta di tentativo di percezione ulteriore: di fronte a due strade qual è il motivo che ci spinge a sceglierne una? Probabilmente non c’è, ma a volte capita che il superamento di un ostacolo o di un imprevisto casuale ci guidi verso qualcosa che non stavamo cercando e che diventa il vero “regalo del viaggio”, un incontro, un paesaggio, una luce, una musica, un qualcosa che non avremmo mai trovato lungo l’itinerario tranquillo e pianificato. Credo molto nelle sincronicità, negli appuntamenti apparentemente casuali. Un certo tipo di letteratura, un certo tipo di personaggi riescono a trasportarci fra le righe verso un piacevole e inatteso incanto. Posso dire senz’altro che viaggiando alla ricerca di Corto ho imparato a viaggiare non solo con le gambe ma anche con l’immaginazione ed è tutto un altro viaggiare. Corto Maltese, un archetipo dell’avventura, mi ha portato in un certo modo alla poesia e alla filosofia, forse il senso dell’evoluzione dell’intera opera di Pratt sta tutto in questa estrema sintesi: dalla Ballata e dalle storie caraibiche fino a Mū, c’è un lungo percorso di sottrazione progressiva. Dopo le ballate nell’oceano pacifico, oltre le sabbie di Samarcanda e la neve di Siberia e Manciuria, dopo il tango e i concerti per arpa e nitroglicerina si arriva alla musica del silenzio di Mū, il pianeta perduto e il disegno e i testi delle storie diventano progressivamente sempre più rarefatti.

Nel tuo recente progetto Itinerari di Viaggio, accompagnato dall’obiettivo scrutatore di Marco D’anna, hai cercato ancora una volta, come nel fumetto di Pratt, la contaminazione reciproca tra supporto visivo e scrittura; come interagiscono tra di loro nella narrazione immagini e parole, percezione e memoria?

Ho sempre letto storie che mi hanno aperto l’immaginazione e amato la fotografia e il cinema che mi hanno regalato suggestioni, sogni, emozioni profonde o sorrisi. Leggere, guardare, viaggiare e allo stesso tempo pensare e collegare quel determinato momento con altre situazioni legate alla memoria o alla fantasia è come entrare in un mondo diverso, toccare un’atmosfera in evoluzione, scendere nel profondo delle cose. Viaggiare con un fotografo regala la modulazione del tempo: una determinata immagine ha bisogno di una ricerca che vuol dire attesa, per un cambio di luce, un gioco di regolazione fra la velocità nel focalizzare l’attenzione su un determinato soggetto oppure la grande apertura del diaframma per dare spazio a tutto il paesaggio. Sfuocare o centrare, cogliere l’attimo o descrivere la scena, o ancora, regalare una suggestione impalpabile?

Le nuvole di un temporale portano un cambio di luce nell’immagine che stiamo vedendo, la pioggia probabilmente ci bagnerà o ci bloccherà nel fango o in un luogo protetto, ma dopo la pioggia, dopo quel cambio di luce arriverà il profumo dell’erba bagnata e quello della terra e i rumori saranno diversi. Quello che stiamo vedendo cambia continuamente, il restare fermi in attesa della fine di un temporale ci consente di vagare mentalmente pensando a qualcosa: ricordare una scena di “Rain” di Somerset Maughan o una sequenza del film con Rita Hayworth, oppure ci ritorna in mente quel lontano acquazzone che ci ha inzuppati in una città sconosciuta abbracciati a qualcuno che avevamo quasi dimenticato. Viaggiare seguendo una storia di Corto ci costringe a cercare qualcosa che non esiste, ma ci obbliga a tendere lo sguardo e l’attenzione per superare quel labile confine che c’è fra la vista e la visione, fra l’osservazione e l’immaginazione, oscillare fra presente, sogno e memoria.

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Marco Steiner e Riccardo Capoferro

In fondo questo tipo di atteggiamento è un ulteriore prolungamento del viaggio: il movimento fisico ci ha condotti in un luogo, il movimento mentale ci aiuterà a superare i confini del tempo e dello spazio portandoci in una dimensione diversa, una dimensione perfetta per raccontare e inventare oppure per fare come fa certe volte Corto Maltese, fermarci in una veranda a guardare il mare per gustare semplicemente il nulla o i racconti del vento fra le palme.

Se dovessi tracciare una costellazione di autori che maggiormente ti hanno influenzato e continuano ad aprire porte nella tua scrittura, quali citeresti?

Inizio con Emilio Salgari e con Stevenson perché sono loro che hanno aperto per primi il mio immaginario, Jack London mi ha fatto iniziare i viaggi mentali con uno dei miei libri preferiti “Il vagabondo delle stelle”, Conrad mi ha portato nelle zone di confine fra luce e ombra con “Cuore di Tenebra”, poi sono arrivati i sudamericani: Coloane, Soriano, Arlt e Borges. Ho già parlato del mondo dei vagabondi di John Steinbeck e dell’asciutta ironia di Raymond Chandler, ma poi ci vuole anche la potenza di Melville e il fantastico di E. A. Poe (un altro dei miei libri in cima alla lista è il suo “Le avventure di Gordon Pym”) e poi c’è altra grande letteratura e grande scrittura da Paul Auster a Saramago, da Simenon a J.C. Izzo e Leo Malet. Sicuramente i libri di Bruce Chatwin mi hanno spinto al viaggio e “La lunga rotta” di Moitessier mi ha spinto ad amare il mare e la vela intesa come una “Lunga rotta” esistenziale. Sto dimenticando sicuramente molti altri pilastri, ma non posso non nominare un piccolo libro perfetto di Haniel Long, “La meravigliosa avventura di Cabeza de Vaca”, lì c’è tutto.

Hai spesso avvicinato le avventure di Corto al genere letterario del Realismo Magico; cos’è che avvicina questi due mondi? Si tratta in tutti e due i casi di narrazioniatopiche, in grado cioè di spaesare e perturbare la regolarità simmetrica del reale attraverso l’inaspettato? È forse questa la cifra del nostro ‘900 letterario, intendo la sovrapposizione dell’assurdo nel convenzionale?

Mi piacciono molto le narrazioni atopiche, mi piace Calvino, Cortázar, Borges, Buzzati, Süskind, mi piacciono le sorprese, mi piace chi non scrive le solite storie, chi non segue i corsi di scrittura creativa, chi rischia inventando qualcosa senza seguire schemi usurati e ripetitivi, chi incita al sogno, chi non vuole inventare un ennesimo detective o commissario dal fiuto infallibile, mi piacciono dischi come “Atom Hearth Mother” dei Pink Floyd e l’assolo di batteria infinito di “Moby Dick” dei Led Zeppelin. Mi piace Leopardi che immagina l’Infinito dietro a una siepe e i film di Iñárritu, mi piace la chitarra di Ry Cooder con le sue note che vogliono perdersi verso un fantomatico “Paris Texas” senza curarsi se si perderanno in un deserto. Ma non voglio dare una risposta dotta a questa domanda e allora faccio un esempio:

Viaggio nell'eredità di Corto Maltese: intervista a Marco Steiner
Corto Maltese

Un giorno a Buenos Aires vicino a una stazione ferroviaria periferica ho visto un gruppo di ragazzi che stavano per iniziare a suonare, erano giovani, piuttosto stravaganti, pieni di anelli, tatuaggi, capelli rasta, dread, borchie, braccialetti di pelle e catene. Mi sono seduto in disparte e ho aspettato il primo pezzo, è uscito fuori un sorprendente “The days of wine and roses” un vecchio e romantico brano scritto da Harry Mancini negli anni ’60 e suonato da molti grandi autori fra i quali Dexter Gordon a cui s’ispirava sicuramente il bravissimo sassofonista, sono rimasto ad ascoltarli incantato. Poi sono salito sul treno, che fra l’altro era il Tren de la Costaquello che prendeva Hugo Pratt per andare a San Isidro dove viveva e giocava a rugby (fra l’altro il treno che passa anche per una stazione che si chiama Borges), e su quel treno c’era un venditore ambulante che non vendeva merendine, biglietti delle lotteria, penne o giocattoli inutili, no, lui vendeva lenti d’ingrandimento di vetro “per vedere meglio la vita”, diceva proprio così. Questo per me è incontrare qualcosa di diverso, qualcosa che “spaesa” e fa guardare le cose con occhi diversi e un mezzo sorriso sulla bocca, qualcosa che porta lontano, dove?

Verso il mondo della pura fantasia.

Per concludere, ad un narratore credo che la miglior richiesta che si possa fare, rispettando in pieno la sua natura, sia quella di farsi narrare un qualcosa di nuovo; hai qualche aneddoto in particolare che vorresti narrarci, magari dei tuoi viaggi sugli itinerari di Corto?

Hugo Pratt ha disegnato un ponte, un bellissimo piccolo ponte di pietre e ha anche specificato dov’era: Sligo, the musical bridge, in Bellacorick Cross Molina.

E poi ha aggiunto che quel ponte portava in un mondo magico e bellissimo.

Era un esplicito invito a cercare.

Di solito con Marco D’Anna non abbiamo mai cercato i veri luoghi disegnati nelle storie di Corto; lui con le foto, io con i miei testi cercavamo sempre la suggestione, mai la documentazione precisa, ma in questo caso la curiosità era troppo forte.

Non è difficile andare in Irlanda e trovare la tomba di Yeats, l’isola di Innisfree, le colline di Tara e Newgrange, ma non è facile trovare il ponte musicale di Sligo disegnato da Pratt.

Alla fine ce l’abbiamo fatta.

Il ponte è sulla strada che da Bellacorick va verso Bangor e attraversa il fiume Owenmore.

C’era molto vento quel giorno, abbiamo camminato, da una parte e dall’altra del ponte, abbiamo superato un filo spinato per guardarlo dal basso, per sentire qualcosa, un rumore, un suono speciale, ma niente. Si sentiva il sibilo del vento che spirava fra le quattro campate, lo sbattere dell’acqua fra sassi e pilastri scuri, lo stormire dei rami dei pini sulla fiancata del ponte…insomma, c’erano solo rumori, suoni, fascino, ma non si poteva certo definirla musica, perché allora quel nome: “The Musical Bridge”?

Ce ne siamo andati per guardare dalla distanza, per cercare un’angolazione diversa, per vedere un’altra immagine e in quel momento abbiamo visto una ragazza che passeggiava sul ponte, sembrava arrivata dal nulla. Andava e veniva. Da una parte e dall’altra. Aveva il passo di chi cerca qualcosa. Ci siamo avvicinati. Non volevamo disturbarla, ma alla fine ho chiesto se sapeva qualcosa di quel ponte.

  • Perché lo chiedi proprio a me?
  • Perché sei una ragazza irlandese. – Azzardai, ma la sentivo distante, a disagio.
  • Io vivo a Londra.

Aveva una faccia davvero irlandese: ricci rossicci e ribelli sbucavano dalla lana marrone del suo berretto, lentiggini e fessure sospettose nascondevano i guizzi azzurri dei suoi occhi da gatta.

  • Ti chiedevo soltanto se sapessi qualche storia legata al ponte…
  • Siamo venuti solo per sapere perché si chiama Musical Bridge, non ti volevamo disturbare, scusa.

E lei sorride.

  • Dicono che se si fa scorrere una pietra sul parapetto camminando velocemente il ponte emette note musicali e diventa come una specie di xilofono.
  • Ricambiamo il sorriso.
  • Lo potresti fare per noi?
  • E’ una proposta strana…chissà cosa penserà mia nonna.
  • Indica una piccola macchina verde seminascosta dietro a un cespuglio.
  • È là in macchina.
  • Noi restiamo a distanza, facciamo solo una foto e ascoltiamo il suono.

Lei si convince e parte.

E’ stato incredibile.

Quella sconosciuta banshee irlandese imbacuccata nel suo piumino azzurro, camminava spedita, faceva scorrere una pietra piatta lungo il parapetto irregolare del ponte e, invece di stridere, le pietre sprigionavano una magica e inattesa melodia di campanelle che veniva da uno strano mondo fatto di fiabe e leggende.

Ci vuole pazienza per trovare quel mondo, ci vuole curiosità, costanza e spesso, una guida, apparentemente casuale. Chissà cosa avrà detto la ragazza irlandese alla nonna rimasta in macchina? Forse era proprio la nonna la fata che un tempo aveva svelato quel segreto a lei, e adesso si stavano facendo un viaggio in macchina nel mondo dei loro ricordi regalando anche a noi un granello di quella magia. Ci sono due sassi sul parapetto, uno più piatto, l’altro più grosso e pesante. Stanno lì ad aspettare chi conosce quel trucco. Il ponte suona davvero e noi stavamo per desistere e accontentarci della risposta più banale e scontata, quella del vento.

Inseguire le note correndo è una sensazione di pura felicità. È un gioco inatteso, è la liberazione di una gioia pura e semplice, quasi antica. È come quando da bambini ci si sdraiava a terra e s’iniziava a rotolare scendendo da un pendio d’erba a braccia incrociate gridando di gioia. Il parapetto del ponte ha una lunga striscia consumata. Molta gente conosce quel suono, molta gente ha ancora voglia di giocare in Irlanda. Quel disegno di Pratt non racconta solamente quel ponte, è anche un ponte fra realtà e fantasia, leggende, cultura e immagini cinematografiche.

E non solo quel ponte.

Intervista di

Claudio O. Menafra

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Un itinerario in Colombia

Un itinerario in Colombia

Un itinerario in Colombia

Marco Steiner

“Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco”
Josef Koudelka

Questo non è un resoconto di viaggio e nemmeno un itinerario ideale, queste cose le fanno bene le agenzie e le guide turistiche che sono modulate per capire tutte le esigenze ed esaudire ogni richiesta.

Nelle guide si possono trovare le informazioni sui luoghi e le distanze, i consigli per alberghi e ristoranti, i prezzi, le caratteristiche di tante cose, ma sono tutti elementi che devono essere continuamente aggiornati per essere utili, perché le informazioni siano precise.

Questa è soltanto una storia, o forse un insieme di storie diverse che vorrei provare a raccontare dopo un mio viaggio in una zona abbastanza limitata della Colombia, la zona nord-occidentale, un luogo che mi ha profondamente colpito perché è quasi un Altrove ed è sicuramente una fragile terra di confine fra sogno e realtà, fra durezza e splendore ed è anche un esempio di come le cose con il tempo possono cambiare, a volte in peggio, altre volte per fortuna in meglio.

Non mi è mai piaciuto cercare di conoscere un paese intero in un unico viaggio perché serve tempo, a volte serve anche perdere tempo, per sentire un luogo, per respirarne l’atmosfera per sentirsi per un po’ parte di quel mondo.

Ho scelto un itinerario che non prevedesse spostamenti in aereo perché mi piace camminare o spostarmi in macchina.

Tutto è iniziato da Cartagena de Indias e già il nome riporta a un certo passato di viaggi leggendari, di ritmi caraibici e di storie di navigatori e commercianti di schiavi e perché da qui si possono raggiungere comodamente due destinazioni dalle caratteristiche completamente opposte: le montagne delle Sierra Nevada di Santa Marta per l’escursione alla Ciudad Perdida e più a nord la zona selvaggia e desertica della Guajira, una penisola battuta dal vento, un non-luogo che confina con il Venezuela e i cui deserti e lagune salate s’infilano profondamente nel Mar dei Caraibi come la prua di un immenso veliero.

In entrambe le zone la caratteristica fondamentale è che la gestione del turismo in questi territori, almeno in questo momento, è affidata alle popolazioni locali.

Le montagne, le foreste, le pietre antiche e i fiumi che le attraversano sono il mondo del popolo Tayrona; le lagune, le coste caraibiche dell’estremo nord del Sudamerica e i deserti appartengono al popolo Wayuu.

Il mio non sarà un racconto lineare perché le sensazioni che ho provato sono come le nuvole che racconta Fabrizio de André:

Vengono
vanno
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte e si mettono lì
tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia…”

La Ciudad Perdida

Tutto inizia da Santa Marta con un vecchio 4×4 rosso che ci porta fino al villaggio di El Mamey, come il nome degli alberi che circondano il luogo, una splendida magnolia che regala frutti rotondi che qui chiamano Zapote, cioè “frutto dolce”, ma molti questo posto lo chiamano anche Machete perché c’è stato un triste periodo dove molte discussioni si concludevano a colpi di lama di machete, uno strumento che tutti portano legato al fianco.

Da Machete alla cima della Ciudad Perdida ci sono circa 60 chilometri di sentieri, continue salite e discese fra canaloni di argilla rossa oppure sabbia bianca e polverosa, attraversamenti di fiumi più o meno impetuosi e percorsi nel fitto di foreste umide popolate da voraci zanzare. Ci vogliono 4 o 5 giorni in totale e lungo la strada ci sono diversi accampamenti con tettoie che proteggono file di comode amache oppure una serie di letti allineati e protetti dalle zanzariere. Si mangia in maniera semplice, ma bene, in maniera genuina, ci sono i servizi igienici e la sera, almeno per un po’ di ore c’è perfino l’elettricità, per quanto riguarda la copertura telefonica non se ne parla nemmeno. Si parte e ci si allontana progressivamente e sempre più profondamente dal mondo da cui provenivamo.

Passo dopo passo ci si stacca da tutto, con lentezza.

La Ciudad Perdida si raggiunge come una meta fortemente sognata e forse per questo potrebbe diventare una delusione, ma non è così, lassù in cima il panorama è un sogno, soprattutto al mattino presto, quando il sole inizia a illuminare i terrazzamenti di pietra e i colori diventano diversi, macchie di fitta vegetazione e tappeti d’erba si colorano di ogni sfumatura di verde e il silenzio ricopre ogni cosa di pace. È inutile aspettarsi torri o strutture di pietra, ci sono solo terrazzamenti, ma si sente il ricordo di una magia che la natura ha protetto e che adesso si lascia respirare.

Non serve che racconti la storia di questo luogo archeologicamente importante, dico soltanto che, come spesso accade, questa città sacra venne scoperta per caso dai guaqueros, cioè i tombaroli che cominciarono a scavare al centro di una serie di cerchi di pietre che avevano ritrovato in mezzo alla giungla più fitta. Quei cerchi erano le basi sulle quali i Tayrona, fra l’XI° e il XIV° secolo, avevano costruito le loro capanne di legno e foglie e dove, proprio al centro, seppellivano insieme ai resti dei loro antenati anche il cibo, gli oggetti e i tesori che servivano per il viaggio verso l’Oltremondo.

Uno dei primi tombaroli aveva un bel nome letterario: Florentino Sepúlveda e  diede a quel luogo un nome che raccontava tutte le sue sensazioni, El Infierno Verde.

Florentino insieme ai suoi due figli, César e Jacobo dopo un terribile viaggio fra pietre scivolose, foreste impenetrabili, serpenti, fango, pioggia, salite durissime e giorni e notti di accampamenti di fortuna si ritrovò su quelle pietre antiche in mezzo alle montagne e in quei buchi iniziò a trovare ciotole di ceramica, anfore, ma anche monili e maschere d’oro, erano gli anni ’70 del 1900 e da quel momento in poi iniziò tutto quello che accade quando si ritrova qualcosa di prezioso: scavi, distruzioni, rivalità, spedizioni agguerrite, furti e spargimenti di sangue fino a quando il governo non decise di proteggere, almeno in parte, la città sacra del popolo Tayrona.

Il resto fa parte della storia della Colombia perché la Sierra Nevada di Santa Marta e quindi tutto l’attuale percorso per salire da Machete alla Ciudad Perdida vide l’inizio del disboscamento degli alberi secolari compiuto negli anni ’50 dai campesiños per vendere a valle il legno necessario per costruire le case dei ricchi. Era molto più redditizio vendere legno che coltivare caffè e cioccolata. In seguito, negli anni ‘60/’70, in quei vasti spazi disboscati iniziò la coltivazione sempre più massiccia della marijuana, sostituita in seguito dalla coca che un tempo le popolazioni locali coltivavano a puro scopo religioso, per arrivare alla conoscenza.

Insomma, con tutti i soldi che giravano, i tesori della Ciudad Perdida non facevano più gola a nessuno, né ai narcotrafficanti né alle truppe paramilitari, né ai guerriglieri rivoluzionari e perfino per i tombaroli quelle zone erano diventate troppe pericolose.

Oggi dopo anni di lavori di sistemazione, studio e protezione dei circa 170 terrazzamenti e delle scalinate che salgono con gli ultimi ripidi 1200 gradini fino alla cima della Ciudad e dopo il processo di pacificazione fra il governo colombiano e i guerriglieri delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucianarias de Colombia) un esercito capitanato anche da un certo Manuel Marulanda soprannominato Tirofijo per la sua mira precisa che mi ricorda, forse non a caso un altro Tiro Fisso, il personaggio ribelle delle storie di Corto Maltese.

Ma da quelle parti c’erano anche i guerriglieri marxisti dell’ELN (Ejército de Liberacion Nacional) e quelli dell’M-19 (Movimiento 19 de Abril) e, come se non bastasse c’erano vari gruppi paramilitari come le AUC (Autodenfensas Unidas de Colombia) creati dai proprietari terrieri per combattere i ribelli.

Oggi qui è tutto molto tranquillo e sicuro, ma arrivare lassù è come raggiungere un luogo quasi impossibile fra passi in salita e pensieri che ci vengono continuamente a trovare. Si fa fatica, si stringono i denti e passo dopo passo, panorama mozzafiato dopo salite solitarie, sole cocente, polvere e sudore si arriva in cima e finalmente ci si guarda intorno, il respiro si regolarizza e si resta in silenzio, ci si sente soddisfatti e ritornano in mente tutte le storie che la guida ha raccontato lentamente, goccia a goccia, fino al momento in cui arriviamo lassù, e a quel punto serve solo il silenzio totale.

Yeison è il nome della guida che mi ha accompagnato fino alla Ciudad Perdida, fa parte di un gruppo, si chiamano Baquianos, significa “esperti” e questo nome non potrebbe essere più giusto perché sono tutti ragazzi nati fra queste montagne, vengono dalle stesse famiglie di campesiños che avevano tagliato gli alberi, che poi hanno coltivato la marijuana e poi la coca, che hanno visto ammazzare amici e parenti a volte dai guerriglieri dell’ELN e altre dai paramilitari delle AUC pagate dai narcotrafficanti, sono ragazzi che possiedono ancora le terre sui fianchi di quelle meravigliose montagne e le loro famiglie vivono lì, anche loro portano sempre un affilato machete legato al fianco, ma lo usano per tagliare un ramo che potrebbe ferire qualcuno.

Questi ragazzi si muovono in armonia con la natura, basta mettere i piedi esattamente dove hanno appoggiato i loro per salire con maggiore facilità e sentirsi quasi esperti, basta vedere i saluti e i sorrisi che si scambiano fra loro quando s’incontrano in salita o in discesa, o ascoltarli parlare nella lingua dei Kogui, una delle etnie Tayrona, quella più legata alla fede animista, quella più spiccatamente spirituale quella che ha conservato il maggior distacco dalla civiltà moderna e dagli allettamenti del danaro.

Le capanne dove oggi abitano i Kogui sono esattamente come quelle che i popoli ancestrali avevano costruito lassù, c’è la stessa base di pietre, sono circolari e costruite con legno e fango solidificato, hanno il tetto di paglia annerito dal fumo che arde costantemente al centro della capanna e il fuoco li riscalda nel freddo della notte, il fumo allontana gli insetti, nessuno di loro vive a Teyruna, il nome che i Kogui danno alla Ciudad Perdida, ma loro continuano ad essere i guardiani di quei luoghi sacri e adesso sono contenti perché nessuno ha più intenzione di scavare fra le loro pietre, né i tombaroli e nemmeno gli archeologi, ormai hanno tutti raggiunto un compromesso, quello che è stato rubato è perso, quello che è arrivato nei musei di Bogotà o di Santa Marta resterà lì a futura memoria, ma quello che è rimasto sotto alle pietre sacre continuerà a mantenere il loro legame ancestrale con gli antenati e con la Madre Natura.

Yeison riesce a parlare nella sua lingua con il Mamo, il saggio, lo sciamano dei Kogui, l’uomo che è in contatto con le forze della natura, quello che saprà scegliere il ragazzino che dovrà sostituirlo, quello a cui insegnerà a meditare e mantenere l’ordine naturale del mondo attraverso canti e offerte perché il suo compito sarà sempre quello di ripristinare l’armonia fra uomini e natura comprendendone i messaggi.

Il Mamo si chiama Lùmaco è vestito con una tunica bianca di tela grezza naturale, ha un cappello conico di filo dello stesso colore, ha la guancia destra rigonfia per il bolo di foglie di coca e polvere di conchiglia che tutti i Kogui tengono in bocca e continuano a masticare per non sentire la fame, per spingere oltre la spiritualità e per camminare senza fatica su quelle aspre montagne.

Il Mamo mi regala un sottile braccialetto di filo con cinque minuscole perline di vari colori: azzurro, verde, celeste e rosa, è una specie di talismano, mi dice, sarà una protezione da parte del cielo, delle nuvole, del mare e della terra.

La discesa è lunga e difficile come l’andata ma dopo aver raggiunto la meta tutto diventa psicologicamente più accettabile, quello che cambia al ritorno è il nostro maggiore distacco dal resto delle cose, dai pensieri che sono rimasti alle spalle, adesso è tutto diverso “da prima”, ci si sente leggeri, non abbiamo soltanto raggiunto una meta, stiamo vivendo un dopo.

Prima di partire avevo dei dubbi sulla mia tenuta, normalmente cammino molto, sono stato sportivo, ma passo lunghe ore seduto davanti a un computer per scrivere e non sono certamente allenato per trekking di questa portata, invece sono arrivato senza problemi, magari con qualche sosta in più per guardare il paesaggio o per godermi la situazione.

La montagna insegna questo: bisogna continuare, resistere, trovando il proprio ritmo, senza fretta di arrivare, lasciando a valle i pesi inutili, tutti, anche i pensieri.

La montagna insegna a restare da soli.

Yeison non è soltanto una guida che conosce i sentieri, lui conosce quello che ci vive intorno e i ricordi che sono rimasti infilati in mezzo alle foglie e alle pietre. Mi racconta che adesso in questa parte della Colombia tutti vivono grazie a questo tipo di turismo ecosostenibile, le agenzie affidano i turisti ai Baquianos, i popoli locali si occupano di allestire gli accampamenti ed effettuare i trasporti dei materiali con i muli, qui s’incontrano tutte le etnie Tayrona: Wiwa, Arhuakos, Arzario e i Kogui che salgono lungo i sentieri con i loro carichi di vettovaglie, acqua e il resto dei materiali necessari per far vivere gli accampamenti e poi scendono con i sacchi di rifiuti, la plastica delle bottigliette d’acqua, le bombole del gas vuote, la biancheria da lavare.

I campesiños per un po’ ci hanno provato, volevano ricominciare a coltivare il caffè e la cioccolata, ma dopo anni di trattamenti chimici intensivi per favorire ricchi e continui raccolti di piante di coca anche il terreno si era impoverito, svuotato, la madre terra si era stancata o forse ribellata. Forse la filosofia del popolo Kogui e il silenzio rispettoso di un Mamo, ha fatto capire a qualcuno che serviva tempo per ricominciare, che bisognava ritrovare l’equilibrio necessario fra uomo e natura, adesso anche i campesiños si dividono fra servizi al turismo e all’agricoltura, qualcuno vende sacchetti di deliziosi grani di cioccolata biologica da sbucciare, altri aspettano i turisti con la frutta fresca o con spremute d’arancia dolcissime.

Spero che questa situazione duri molto a lungo, dopo le guerre politiche, dopo i furti, dopo le guerre per la droga, dopo tanto sangue adesso qui si respira la pace e ci si sente fuori dal tempo, è una sensazione rara e preziosa e poi, nel mese di settembre, tutto si blocca, nessun turista può salire alla Ciudad Perdida, quel luogo sacro ritorna ai Tayrona che arrivano dalle montagne più alte, dalle foreste più lontane e si riuniscono nel loro luogo dello spirito, per assorbirne e restituirne la sacralità e noi riusciamo a capire che per il resto dell’anno ci hanno fatto un dono: quello di consentirci di respirare quell’essenza dopo aver camminato, faticato, dopo aver imparato a eliminare i bagagli inutili.

 

La Guajira

Bassa, Media e Alta, sono le tre regioni della Guajira e sono molto diverse fra loro. La Bassa è quella verde, la stessa terra fertile che scende dalla Sierra Nevada e si allunga con le piantagioni di banane e palme fino alle pigre spiagge caraibiche di Palomino, ai villaggi che si affacciano ingombrando la strada principale con una serie infinita di chioschi carichi di frutta e di banchetti colorati dove si cuociono grigliate di chorizo o gamberoni e dove basta aprire il finestrino per essere invasi da decine di ritmi diversi sparati dalle grosse casse acustiche di ogni rivenditore.

La Media Guajira è quella che si stende intorno alla città principale, Riohacha, la città dei confini, il porto dove confluisce la strada costiera che arriva da Cartagena e da Barranquilla e quella che collega la Colombia con Maracaibo e il resto del tormentato Venezuela con le sue schiere di migranti in cerca di un possibile futuro per sopravvivere.

A Riohacha si dorme affacciati davanti alle lunghe spiagge certe volte dorate altre volte desolate mentre le palme frusciano continuamente piegate dal vento. Da qui si parte per la terra dei Wayuu, un territorio che è un mondo a parte, la desertica alta Guajira. Basta guardarla su una mappa, è gialla e vuota, è la prua di un’immensa barca a vela che si protende nel mare.

Ho dormito poco a Riohacha perché quella notte ho sentito una specie di richiamo e mi sono svegliato. Ho pensato fossero stati i sogni, non uno soltanto, una serie di brevi sogni, tutti strani e intrecciati fra loro, sogni che non lasciavano ricordi precisi ma confondevano presente e passato. Alla fine, dopo aver fissato a lungo il soffitto e le pale del ventilatore che continuavano a girare lente non era rimasto alcun ricordo, soltanto una sensazione di vuoto, un’attesa. Con le prime luci dell’alba dalla finestra è penetrato l’odore umido e salmastro della sabbia risvegliata dal sole, ma anche quello della polvere lontana e in quel momento ho capito, quel risveglio lento era un’esigenza di distacco, era una pausa dilatata e intrisa di vuoto, di occhi aperti che non hanno nulla da vedere, di pensieri liberi di vagare e confondersi. Era l’attesa che precede l’incontro.

Ivan è la nostra guida locale, arriva puntuale, ha un sorriso leggero e gentile, occhi, capelli e carnagione scuri, jeans e camicia bianca. La sua imponente Toyota non è nuovissima ma robusta, ben tenuta, è di quelle solide che piacciono a me. Partiamo senza troppe parole e con una musica bassa di sottofondo, tanto per guardarci in giro senza sentire il bisogno di conversare. Dopo aver lasciato la strada principale, dopo aver lasciato le palme piegate, il verde e il blu scuro del mare, dopo il progressivo diradarsi di case e macchine ci ritroviamo in un paesaggio semidesertico, potrebbe essere una savana africana punteggiata di alberi e cespugli bassi e contorti, in fondo all’orizzonte s’intravede una leggera vibrazione, una striscia d’azzurro chiaro, quasi bianco, sobbalza accompagnando le sospensioni della jeep e mentre quel riverbero si avvicina mi ritrovo trasportato in un altro luogo.

Sono davanti alle saline di Manaure, nel nord della Colombia eppure sono tornato indietro nel tempo e in un altro mondo. Forse è colpa della luce abbagliante, è come se fossi nella regione degli Afar, a Gibuti e davanti a me si estende l’immensa superficie bianca e celeste del lago Assal, un mare di sale.

La visione è diversa, l’incanto è lo stesso.

Il miraggio continua a vibrare davanti agli occhi socchiusi.

Era il 2003 e in quell’occasione avevo conosciuto per la prima volta Marco D’Anna, il fotografo che sarebbe diventato il mio compagno di tanti viaggi lungo gli itinerari di Corto Maltese. Anche allora, come in questo momento ero rimasto rapito dalla cruda bellezza del paesaggio, attratto e affascinato dal vuoto vibrante circondato dal giallo del deserto, mi ero perso in quel nulla carico di suggestioni.

Ricordo che sono risalito sul pulmino parcheggiato accanto al mare di sale perché sentivo il bisogno di scrivere qualcosa.

Senza accorgermi della sua presenza mi ritrovai Marco D’Anna seduto al fianco.

–       Che stai scrivendo?

–       Una specie di storia.

–       Hai voglia di leggermela?

–       È solo qualcosa che mi è venuto in mente.

–       Come s’intitola?

–       Il mercante di sale.

Da quel giorno e per quattordici anni ho scritto tante storie e il primo a leggerle è sempre stato lui, appena scritte, lungo la strada.

Forse la salina di Manaure in Colombia mi stava aspettando per raccontami che oltre alle cose vere, oltre a quello che si vede nel corso di qualunque viaggio c’è l’incanto che può raccontare un determinato luogo, qualcosa che riesce a portarti più lontano di una macchina o di un aereo. Forse i miei occhi di allora avevano visto lo stesso vuoto e lo spazio si era dilatato per regalarmi quel tempo impreciso, il tempo per infilarci dentro altri viaggi, per raccogliere un insieme di sensazioni impalpabili e non logiche, perché la strada si cerca, ma la strada a volte ci aspetta per aiutarci a cogliere qualcosa in più, qualcosa di non spiegabile.

L’importante è continuare a muoversi e andare senza troppo sapere, senza troppo aspettare.

Il vento portava e allontanava nuvole, polvere, cristalli di sale, profumo di terra lontana, di mare carico di distanze e di pensieri confusi.

E la luce implacabile del sole filtrata dalle nuvole pennellava repentini cambi di colore, l’acqua diventava viola, tornava celeste oppure brillava d’argento e i confini sparivano, tutti i confini. E tutto sembrava possibile.

In quel momento si è avvicinato un uomo, aveva la faccia segnata dal tempo, dal sole e da un’antica fatica, aveva scarpe consumate e in mano impugnava un rastrello arrugginito.

Eravamo affacciati davanti a un’immensa aiuola di sale, in superficie c’era solo un velo d’acqua limpida rigata dalla brezza calda.

–       È il tuo sale?

Un cenno affermativo.

–       Sembra quasi pronto.

Ivan gli parlava in lingua Wayuunaki, una lingua diversa da quella degli indigeni Kogui della Sierra Nevada.

–       Sì.

L’uomo aveva lo sguardo soddisfatto.

–       Quanto vale?

–       Circa 70000 pesos per una tonnellata.

Ha risposto sorridendo.

Settantamila pesos colombiani equivalgono più o meno a venti euro, scarsi.

I Wayuu sono circa 500.000, un terzo di loro vive in questa zona della Colombia e in particolare nell’Alta Guajira, gli altri sono dislocati in Venezuela intorno al lago di Maracaibo o sulle coste caraibiche, ma questo popolo non ha mai riconosciuto i confini fra i due paesi, loro continuano da sempre a spostarsi e a migrare fra i due paesi incuranti delle regole e delle bandiere perché rispondono soltanto a una serie di codici non scritti che regolano la loro convivenza e che in qualche modo Colombia e Venezuela hanno dovuto accettare.

I Wayuu sono sempre stati un popolo orgoglioso e guerriero e, anche grazie alle caratteristiche del loro territorio arido e inospitale, non sono mai stati conquistati né soggiogati da nessuno, né dai colonizzatori spagnoli, né dai pirati inglesi o dai contrabbandieri di varie nazionalità, anzi hanno spesso approfittato dei traffici e commerci che attraversavano continuamente i loro territori per allearsi con i vari trafficanti, per sopravvivere e combattere, ma soprattutto per conservare la loro libertà e indipendenza totale.

I pacifici e spirituali fratelli Tayrona hanno da sempre protetto le foreste e le montagne della Sierra Nevada, nella stessa maniera gli indios Wayuu hanno difeso queste distese desertiche e ricchissime di biodiversità.

Storicamente c’è sempre stato un intenso scambio fra le popolazioni indigene del nord e del sud, i popoli delle montagne avevano bisogno, oltre che del pesce e del sale, anche delle conchiglie perché con i gusci triturati finemente formano tradizionalmente una polvere che essendo altamente alcalina reagisce con le foglie di coca che i Tayrona tengono sempre in bocca e continuano a masticare. L’unione delle sostanze basiche con quelle alcaline delle conchiglie favorisce il rilascio dei principi attivi delle foglie di coca e i Tayrona riescono a camminare per ore lungo i sentieri impervi delle loro montagne senza provare fame e stanchezza. I Wayuu in cambio delle conchiglie, del pesce e del sale ricevevano da loro le foglie di coca, il legno o la frutta.

Purtroppo nel corso degli anni gli scambi sono avvenuti non soltanto per esigenze alimentari o per le abitudini religiose e così i narcotrafficanti hanno approfittato delle correnti di scambio che avvenivano in queste terre senza confini per far partire dalle coste caraibiche della Guajira ingenti carichi prima di marijuana e poi di cocaina, ma i Wayuu pur avendo pagato un alto prezzo in vite umane hanno saputo conservare ancora oggi l’indipendenza anche da quel tipo di mondo. Il denaro facile è passato da qui e si è portato dietro violenza, soprusi e l’alterazione di un equilibrio che da queste parti non può essere accettato, ma anche quello, come il vento, è passato.

Le regole fondamentali della convivenza del popolo Wayuu sono sempre state dettate storicamente da un uomo, un saggio scelto con cura da tutta la popolazione che tradizionalmente si divide in grandi clan familiari.

Quest’uomo in lingua Wayuu si chiama Putchipuü e in spagnolo si traduce con Palabrero, l’uomo della parola.

Il punto fondamentale che regge l’armonia e la giustizia di questo popolo è proprio la Parola. Attraverso la parola si tramandano le regole di questa società matrilineare, una società in cui le donne sono sacre e amministrano le grandi famiglie mentre gli uomini si occupano di pascolare capre e vacche o di pescare. Quando sopravvengono dispute, discordie, ingiustizie, gelosie, tradimenti o scontri d’affari interviene il Palabrero che ascolta tutte le ragioni per cercare di riportare l’intesa con la sua saggezza ed esperienza, quando questo non riesce, il Palabrero stabilisce un accordo, un rimborso o la giusta pena e a quel punto la sua parola diventa legge indiscutibile che tutti s’impegnano a rispettare.

Dopo le saline di Manure ci si addentra all’interno del deserto per raggiungere Uribia, la capitale indigena della Colombia, l’ultimo “porto” nel nulla prima di affrontare il vuoto del deserto. Qui si trova quello che serve per proseguire nel viaggio: benzina, gomme di scorta, bottiglie d’acqua fresca e cibo per affrontare le piste della Guajira più selvaggia, quelle che portano fino al Cabo de la Vela e a Punta Gallinas, al faro più settentrionale di tutto il Sudamerica.

Da Uribia inizia un vero viaggio.

La strada spesso è soltanto una vaga serie di solchi appena accennati, oppure si percorre il letto di un fiume prosciugato o s’insegue un’incerta linea polverosa che taglia in due un’immensa e vuota spianata.

Sembra di essere in Africa, altre volte sembra di viaggiare verso la fine del mondo e proprio qui, in mezzo al nulla, a poca distanza da un minuscolo gruppo di malconce capanne di legno, fango e fibre di cactus iniziano i primi pedaggi della miseria e dell’orgoglio.

Lungo la pista di sabbia, sassi o argilla, un gruppo di ragazzini tende fra due pali storti una corda colorata, uno spago, raramente una catenella e obbligano tutte le macchine a fermarsi, ormai è diventato il loro gioco, una consuetudine, quel “casello” è un tributo dovuto per passare attraverso il loro territorio.

Quello che è interessante sono le reazioni reciproche fra gli autisti e quei ragazzini.

Ivan è un uomo gentile, si capisce da come guarda, da come parla, da come si muove, da come guida. A Uribia, senza dire niente aveva comprato qualcosa, era in un sacco che aveva infilato sotto al suo sedile.

A ogni pedaggio, Ivan si ferma a pochi passi dalla corda, abbassa il finestrino, sorride, infila la mano nel sacco e porge qualcosa: un pezzo di pane, una galletta al formaggio, una banana o una bottiglietta d’acqua.

Questi ragazzini non chiedono l’elemosina, non vogliono denaro, chiedono quello che manca, acqua o cibo e gli autisti con un tacito accordo contribuiscono al “gioco” e non danno nulla che sia avvolto nella plastica perché volerebbe nel deserto, niente di dolce perché alla lunga distruggerebbe i denti di quei bambini che non hanno acqua per lavarseli e non danno denaro che li indurrebbe a continuare lungo quella strada sbagliata, anzi spesso chiedono se hanno qualcosa da vendere e acquistano braccialetti colorati o mochilas (zainetti intessuti di fili colorati) caratteristici manufatti delle donne Wayuu.

Ma lungo quel percorso interrotto anche il pane e il resto del cibo finisce e allora ecco quello che vale la pena raccontare: Ivan si ferma, non abbassa il finestrino, sorride e fa un gesto con l’indice, lo ruota su se stesso come per dire “Domani, oppure la prossima volta”, i bambini si guardano fra loro, lo fissano negli occhi, lui alza il pollice e loro abbassano la corda. Si sono capiti, senza insistenza, senza rancore, senza stizza, perché loro sono poveri, ma sono Wayuu e conoscono il valore della parola.

Solo una volta assistiamo a qualcosa di diverso, davanti a noi c’è una grossa Toyota nera, una macchina nuovissima, l’autista è molto giovane, ha una maglietta verde sgargiante e la faccia dura del gradasso, a bordo con lui ci sono quattro ragazzi con i berretti calcati in testa e grossi occhiali scuri, ascoltano musica a tutto volume e bevono birra. Li avevamo notati perché in una lunga distesa in pieno deserto la loro macchina era partita a tutta velocità per ricoprire di polvere una alla volta le altre macchine che procedevano veloci, ma mantenevano le giuste distanze fra loro per vedere la pista.

Adesso la Toyota nera ci precede, rallenta davanti all’ennesimo spago, ma all’ultimo momento l’autista affonda sull’acceleratore strappando la corda dalle mani di un ragazzino che resta a guardare stupito. Dai cactus esce un uomo adulto e traccia a terra dei numeri, lo fa direttamente con l’indice nella sabbia. Ivan si ferma e cerca di capire e di calmarlo, gli offre un pacchetto di caffè e doppia dose di pane al ragazzino che si massaggia la mano ferita.

–       Non è la prima volta che lo fa, ma domani lo aspetto con la pistola.

I Wayuu sono poveri, ma sono orgogliosi combattenti e sanno cosa vuol dire il rispetto e sanno anche che se qualcuno fa un torto a uno di loro la fa a tutto il clan familiare. Spero non sia successo niente il giorno seguente, o forse l’autista delle Toyota nera avrà scelto un ritorno diverso.

Cabo de la Vela si chiama così perché i primi navigatori spagnoli che dal largo videro quelle coste, scambiarono per vele le tre colline triangolari che si affacciavano in mezzo al mare, si dice che a quell’epoca le cime fossero candide perché coperte dal guano di migliaia di uccelli e gli spagnoli le scambiarono per un galeone carico di vele.

Dalla cima del Pilón de Azucar la vista è uno spettacolo, un misto di paesaggio dai profumi e colori caraibici infilato su un tratto di costa irlandese.

Il vento caldo spazzava l’oceano anche quel giorno e si portava dietro mandrie di nuvole candide che cambiavano continuamente il colore dell’acqua del mare e spingevano le grandi e lunghe onde a infrangersi sulle scogliere color ocra e sulle spiagge arancioni, la schiuma s’impennava sbattendo sulle rocce e alti schizzi d’acqua si polverizzavano in aria e il sole si divertiva a trasformarli in variopinti arcobaleni.

Ci sono alcuni villaggi di pescatori da quelle parti e qualche Rancheria Wayuu dove si può dormire su un’amaca o in una camera semplice e pulita. Si mangia frutta deliziosa e pesce fritto, riso e patacónes (banane verdi schiacciate e fritte) e si può bere una birra ghiacciata, un’ “Aguila” o meglio una “Club Colombia Dorada”. Non c’è telefono, non c’è Wi-Fi, non c’è luce dopo le dieci di sera, ma sono tutte cose che una volta arrivati da queste parti non servono, basta restare seduti sulla spiaggia o su un’amaca a dondolare con la testa per aria, basta guardare il cielo e ritrovarsi immersi in un mondo di stelle che sono talmente vicine che sembra di poterle sfiorare per salire a bordo e partire con loro, bastava vagare per un po’ come un “Vagabondo delle stelle” inseguendo Jack London oppure i propri pensieri sciolti oppure basta addormentarsi presto perché qui si vive seguendo i ritmi del sole.

Dopo Cabo de la Vela, procedendo verso nord ci sono altre meraviglie, la grande Bahia Honda e la più piccola Bahia Hondita con le lagune salmastre e le saline che gli stanno alle spalle dove i fenicotteri e gli aironi si fermano nel loro migrare. È una continua sensazione di spazio, di vuoto e libertà ed è inutile descriverla con le parole perché non bastano e non servono per chi ama questi paesaggi. Ci si perde dentro e tutto il vuoto si riempie.

Qui, come un po’ in tutto il resto della Guajira, chi domina il paesaggio è il vento ed è per questo che di fronte a certe visioni sono rimasto spesso a guardare in silenzio, senza fotografare, senza pensare a nulla, immobile, per assaporare, quasi per bere a lungo quello spazio infinito.

Il vento è sopra ogni cosa, è carico di essenze e di visioni intimamente collegate alla terra dei Wayuu, un popolo che al mattino si sveglia e parla dei sogni vissuti durante la notte, sogni che sono il miglior mezzo per congiungersi al mondo ancestrale, al profondo legame con la natura, tanto che ognuno di loro, oltre al suo nome e un nome in spagnolo ha un nome legato al suo clan che viene rappresentato sempre da un animale.

Un tempo, il ruolo del Palabrero era affidato a un uccello che qui chiamano Pajaro Utta o Picogordo, un piccolo volatile della famiglia dei fringuelli dal becco grosso in grado di spaccare e cibarsi anche dei semi più duri.

Il Pajaro Utta sarebbe l’animale primigenio, quello capace di stabilire l’armonia e la corrispondenza fra gli uomini e la madre terra, il padre pioggia e il vento, la luna, il sole e le stelle. Bastava ascoltarlo, riflettere e prendere la decisione giusta.

Ho sentito le parole di un vecchio e autorevole Palabrero Wayuu che raccontava il senso del suo ruolo: “quando c’è la pace tutti i cammini sono aperti”, credo sia un perfetto punto di vista.

Ma prima di arrivare a Cabo de le Vela ho potuto vedere e capire qualcosa in più sui Wayuu e sulla loro mentalità.

La pista di terra qui corre parallela al mare, ma non c’è quasi niente, è un paesaggio di selvaggia bellezza, pochissime barche in mare, le onde schiaffeggiate dal vento, qualche misera capanna. Poi ad un tratto ci sono delle case in muratura, colorate, quasi moderne, sembrano in costruzione, ma guardando meglio sono distrutte, semi-abbattute, sembra sia passato un uragano o un terremoto, una è incenerita.

–       Cos’è successo da queste parti, Ivan?

–       Una famiglia Wayuu ha preso accordi e soldi da una società francese per costruire qualcosa…

Silenzio. Passa un uomo in moto, rallenta, ci guarda.

–        E…?

–       Gli altri Wayuu non erano d’accordo. Questa terra deve essere gestita direttamente soltanto da famiglie Wayuu, così una notte hanno distrutto tutto, è successo tre mesi fa, forse c’è stato anche uno scontro a fuoco, forse ma nessuno sa niente. Di sicuro i francesi hanno abbandonato il progetto e il Clan che viveva qui è sparito, forse si sono spostati da un’altra parte.

La parola data, vale per tutti e quando non si trova un accordo pacifico, viene stabilito un prezzo da pagare. La libertà si conquista insieme.

Equilibrio, rispetto della parola data, orgogliosa indipendenza, sono queste le caratteristiche fondamentali di questa gente che già s’intuisce negli occhi dei ragazzini che tendono lo spago e sembrano voler dire che anche loro hanno diritto a qualcosa quando il viaggiatore vuole godersi la rara e intatta bellezza dei loro luoghi.

È solo uno scambio, cibo o acqua in cambio di pura bellezza.

Ma i Wayuu hanno pagato e continuano a pagare un caro prezzo per conservare libertà e indipendenza nella loro terra dura e meravigliosa.

C’è rimasta una sola linea ferroviaria in Colombia e come un coltello taglia in due questa zona, ma il treno non traporta più persone, adesso trasporta soltanto il carbone e nella Guajira c’è una delle più grandi miniere a cielo aperto del mondo, è la miniera di Cerrejón e il carbone, da laggiù a sud di Uribia con i treni raggiunge un porto creato appositamente per questo, si chiama Puerto Bolivar e prende il nome dall’eroe dell’indipendenza di tanti paesi del Sudamerica anche se, ironicamente, questa miniera non è più di proprietà della Colombia che l’ha ceduta almeno fino al 2034 a una multinazionale.

Sono cose che accadono in tutto il mondo, quando a un paese povero serve denaro e tecnologia per “sfruttare” il proprio territorio, arrivano gli altri con le loro promesse.

Quel porto è un’invenzione recente, è stato creato nel 1982 nella Guajira alta, dopo le montagne sacre di Cabo de la Vela, prima delle Dune di Taroa, uno spettacolare tratto di costa dove dune desertiche alte fino a settanta metri scendono come onde contrarie fin dentro all’oceano, da lassù in cima, in pieno deserto ci si può rotolare fino all’azzurro del mare, è una sensazione bellissima, sembra di tornare ragazzini.

Dopo le dune ci sono le baie Honda e Hondita che sono un altro spettacolo naturale, là si pescano aragoste e gamberoni saporiti e lungo quelle coste intatte e solitarie vanno a nidificare le tartarughe e migliaia di specie di uccelli.

Eppure Puerto Bolivar è proprio da quelle parti e in mezzo al mare distante si vedono anche le sagome delle piattaforme che estraggono i gas naturali.

Ci sarebbero tante cose da dire su questa miniera e sul modo di cavare ricchezze dalla terra ma ne racconto una soltanto che risale al tempo delle guerre fra ribelli e gruppi paramilitari.

Un fatto che è successo a Bahia Portete, una baia protetta non lontana da Puerto Bolivar.

Una volta su quelle coste ci abitavano poche famiglie di pescatori con le loro misere baracche, poi un brutto giorno, il 18 aprile del 2004, su quella spiaggia arrivò un gruppo di paramilitari con le loro jeep potenti, erano una cinquantina di uomini pesantemente armati che senza pietà massacrarono tutti quelli che si trovarono davanti. Quel giorno c’erano prevalentemente donne e i militari prima profanarono le tombe e poi martoriarono figlie e madri dopo averle seviziate. Gli uomini delle AUC non volevano soltanto uccidere quelle persone, il loro intento era quello di seminare il vero terrore, quello che ti fa scappare lontano senza voltarti più indietro. Squartarono corpi ancora in vita di vecchie e bambine usando la motosega, tagliarono le teste e le issarono sui cactus e poi tornarono nei giorni seguenti. Alla fine ottennero quello si chiama “dislocamento”, in pratica cacciarono almeno 600 Wayuu dalle loro terre.

I signori della droga erano interessati a quelle coste tranquille perché da lì sarebbero potuti partire i loro carichi di droga e in più avrebbero potuto taglieggiare i ricchi di Puerto Bolivar.

Per fortuna da quel momento in poi il processo di pacificazione iniziò inesorabilmente, adesso tutta quella costa è diventata un Parco Naturale, ma il ricordo di quella violenza rimarrà per sempre. La regista venezuelana Patricia Ortega ci ha girato un bellissimo film nel 2013, è durissimo, s’intitola “El Regreso” e racconta quello che è davvero successo, una bambina Wayuu si è salvata e dopo una drammatica fuga è riuscita caparbiamente a tornare.

Una volta arrivati a Punta Gallinas si rimane per una o più notti in una ranchería Wayuu costruita su un sottile sperone roccioso che si protende come il becco di una gallina nel Mar dei Caraibi.

Anche qui c’è lo stesso vento che spazzava il deserto, forse è ancora più forte, il profumo del mare è più intenso, si mischia alle essenze salmastre che arrivano dalle lagune, all’odore dei muri di sassi, legno e cactus e a quello del fuoco che arde per cucinare nel campo.

Molte persone hanno innalzato mucchi di pietre in equilibrio una sull’altra nel tratto di scogliera rivolta al tramonto, si chiama stone-balancing, il senso è quello di ricercare una specie di equilibrio interiore in un luogo che ispira un particolare sentimento di pace.

Ce ne sono tanti, sono più o meno elevati e complessi.

Io non ho sentito la pace in questi luoghi, ho sentito la potenza della natura e la forza dei popoli che riescono a sopravvivere in equilibrio fra durezza, desolazione, privazioni, rispetto reciproco e tenacia.

Ho visto cose molto diverse in questo itinerario in Colombia, le montagne della Sierra Nevada e gli uomini che sanno percorrerle e difenderle in silenzio da una parte e i Wayuu della Guajira dall’altra, tutta gente che ha una cosa in comune: sono riusciti a resistere ai conquistatori, a ogni genere di traffico e all’attrattiva del denaro, anche se adesso il territorio della Guajira rischia di spopolarsi se il riscaldamento globale dovesse continuare al ritmo attuale e se, come pare, chi gestisce la miniera del Cerrejon continua a deviare fiumi come El Bruno per poter estrarre milioni di tonnellate di carbone che si troverebbero nel suo letto.

I Wayuu sono stati capaci di trovare pozzi acquiferi nel terreno pietroso di Punta Gallinas e, a un passo dalle scogliere più dure di Cabo de la Vela, c’è l’Ojo del Agua una pozza sacra d’acqua dolce che scaturisce a pochi metri dal mare, questa gente ha inventato un sistema per recuperare l’acqua delle piogge che s’infiltrano fra i granelli di sabbia delle dune, ma cosa succederà se non dovesse piovere più?

In lingua Wayyuu pioggia si dice “Juya” che significa anche anno, ciò il lasso naturale di tempo necessario fra una stagione delle piogge e l’altra, ma negli ultimi tempi, per questi “figli della pioggia” non è stato così, i pozzi si stanno prosciugando e il riscaldamento globale sta inaridendo rapidamente questa terra meravigliosa, l’unico sistema è quello di spostarsi, per inseguire l’acqua, ma fino a quando?

È notizia di questi giorni che in un altro luogo in Colombia, al centro del paese, dalle parti di Cajamarca la popolazione si sarebbe opposta energicamente alla proposta del governo centrale di concedere a una compagnia sudafricana l’inizio degli scavi di un’importante miniera d’oro, ma la licenza per effettuare i test è già stata concessa e solo il tempo ci dirà come andrà a finire anche questa storia.

Dopo il deserto, dopo le vibrazioni delle lagune salate, dopo i pedaggi fatti di sguardi e di spago la nostra macchina sulla via del ritorno raggiunge la strada asfaltata che ci riporterà a Riohacha e restiamo tutti in silenzio, per rivedere quello che abbiamo sentito, non ci sono più i sobbalzi e il silenzio è particolarmente profondo, a quel punto Ivan fa partire la musica, una serie di brani che appartengono tutti allo stesso genere, quello che si ascolta in Guajira, il Vallenato, sono ritmi di caja (tamburo africano) guacharaca (un bastone che ricorda una canna da zucchero su cui si struscia sopra una specie di forchetta che produce un suono graffiante) e fisarmonica. Si dice che un giorno sulle coste della Guajira arrivarono una serie di casse di legno provenienti da una nave naufragata, all’interno c’erano bellissime fisarmoniche tedesche e quel genere di musica nacque così, unendo le sonorità africane con quelle della fisarmonica in una miscela di ritmo, allegria e ricordi della schiavitù.

Spazio, sguardi, montagne, deserti e silenzi, è quello che ho visto, è quello che mi entrato nel sangue, ma sopra ogni cosa ci sono le storie di questi popoli, l’armonia e la lotta, la poesia e la ribellione e poi ci sono le libere connessioni che mi ha portato quel vento.

È strano, eppure sento che questo itinerario mi aiuterà a scrivere “Terre di vento”, il mio prossimo libro, una storia che si svolge in Patagonia, dalla parte opposta di questo immenso continente. Punta Gallinas è l’estremo nord del Sudamerica, la Terra del Fuoco è all’estremo sud, ma forse come nel vuoto dell’attesa nella mia notte a Riohacha serviva uno grande spazio-tempo libero da riempire di ricordi e libere visioni come in una colorata mochila Wayuu.

Questo viaggio è nato dopo aver assistito a Locarno alla proiezione di un bellissimo film in concorso, “Pájaros de verano” di Ciro Guerra e Cristina Gallego, mi aveva colpito la storia drammaticamente cruda e reale ed ero rimasto affascinato visivamente dall’immenso contrasto di ambienti naturali di questo lembo di Colombia separato dal resto del paese dalla Sierra Nevada di Santa Marta.

Questo itinerario, che consiglio a tutti, l’ho realizzato grazie ai servizi in Colombia di un Tour Operator milanese che conosco e apprezzo da molto tempo, Kel12, li ringrazio sinceramente perché sono stati capaci di organizzare tutto alla perfezione dandomi la libertà e l’autonomia del viaggiatore individuale e il supporto di un Tour Operator attento e in grado di fornire in zona il supporto logistico di persone non solo di eccezionale capacità professionale, ma cariche di una rara e profonda umanità e amore per questo meraviglioso paese e per la gente generosa che ci vive.

Ringrazio Yeison per avermi introdotto e accompagnato a cercare l’armonia fra le montagne della Sierra Nevada fino alla Ciudad Perdida.

Ringrazio Ivan per avermi guidato con altrettanta sapienza nel meraviglioso e ruvido mondo della Guajira, la terra libera e orgogliosa dei Wayuu.

Questo viaggio l’ho fatto con la mia famiglia, con le mie figlie perché solo i giovani potranno pensare alla salvaguardia di un futuro ancora possibile per il nostro pianeta.

Alla fine del viaggio non potevo non passare per Aracataca, il paese dove è nato e ha vissuto la sua gioventù un grande scrittore, Gabriel García Márquez, e proprio lì, concludendo il mio viaggio ho scoperto che la sua famiglia proveniva dalla Guajira e che il piccolo Gabriel aveva passato molto tempo con la servitù, una famiglia wayuu.

Forse tante storie e leggende Gabo le ha imparate proprio da loro.

Di sicuro, attraverso la sua sensibilità ed esperienza di vita, Gabo, ha capito una cosa:

Se un giorno la merda avesse un valore, i poveri nascerebbero senza culo”. (Gabriel García Márquez)

 

 

 

 

 

 

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by in / Miraggi di memoria / Una Storia
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Miraggi di memoria

Miraggi di memoria

Molto tempo fa ho incontrato per caso Hugo Pratt, ho conosciuto prima lui e poi Corto Maltese, il suo personaggio più famoso.

Ho avuto la fortuna di imparare da lui, perfino di collaborare con lui.

Non sapevo niente di fumetti e questa, forse, è stata la chiave giusta, parlavamo di storie da raccontare, ma intorno alle storie c’erano sempre i suoi disegni, gli acquarelli, le strisce, gli story-board, riuscivo a vederle meglio quelle storie.

Poi un giorno Hugo Pratt se n’è andato non so dove e sono rimasto in silenzio, ho aspettato, ho ascoltato e assaporato lo scorrere del tempo.

Dopo un po’ ho iniziato a viaggiare con un fotografo, un grande Amico, Marco D’Anna, il miglior compagno di viaggio. Cercavamo storie da raccontare lungo gli Itinerari delle Avventure di Corto Maltese. Lui fotografava, s’intrufolava negli ambienti, aspettava la luce giusta e io mi guardavo intorno, cercavo spunti, volti e scrivevo racconti, ma grazie alle sue fotografie le vedevo meglio quelle storie, le sentivo crescere lungo la strada.

Alcuni anni fa ho iniziato a scrivere romanzi, Corto c’era, ma era volutamente un riflesso del Corto Maltese di Hugo Pratt, volevo inventare qualcosa di personale, qualcosa che avevo imparato da lui: non inseguire ma tenere la distanza, percorrere i sentieri meno battuti, rovistare fra fatti e personaggi secondari, soffermarmi sugli incontri casuali e così ho provato a raccontare l’avventura di un Corto Maltese giovanissimo, un ragazzino al suo primo imbarco che naviga dalla Scozia alla Sicilia.

Il Corvo di Pietra, pubblicato da Sellerio è nato così.

E mentre rileggevo il manoscritto appena terminato pensavo ai disegni che avrebbe potuto realizzare Hugo Pratt e allora mi sono buttato, ho chiesto a uno degli artisti che apprezzavo di più se aveva voglia di immaginare qualcosa per farmi vedere meglio la storia e Sergio Toppi ha dedicato al Corvo alcune splendide illustrazioni, è stato un immenso onore.

Poi è arrivato Oltremare, pubblicato ancora da Sellerio, e ho vissuto un’altra grande e sorprendente gioia, vincere il Premio Emilio Salgari di Letteratura Avventurosa nel 2016.

È stato proprio Emilio Salgari lo scrittore che da ragazzo mi ha aperto la porta al mondo dell’Avventura e del Viaggio.

Nella stessa occasione ho ricevuto un altro premio molto prezioso, un premio che non potrò dimenticare perché me lo hanno attribuito i detenuti della Casa Circondariale di Montorio in provincia di Verona.

Sono stati incontri intensi, ma la motivazione al premio che hanno scritto i ragazzi e le ragazze recluse è pura poesia:

“Le pagine di Oltremare per un po’ ci hanno fatto viaggiare, ci hanno fatto assaporare il sapore della libertà, siamo andati oltre i muri e le sbarre”.

 

 

 

 

 

Adesso arriva Miraggi di Memoria edito da Nuages.

Cristina Taverna, la storica gallerista di Hugo Pratt e di tanti grandi illustratori non solo italiani ha proposto a José Munoz di realizzare le sue illustrazioni per i miei 6 racconti.

Allora certe volte i sogni possono continuare.

Scrivere storie e poi ritrovarle nei disegni, acquarelli, fotografie, nei sogni degli altri significa vederle vivere in maniera diversa, attraverso altri occhi.

È un dono bellissimo, le parole viaggiano verso destinazioni impreviste. È come vivere in un incanto.

Siamo fatti di Memorie e di Sogni, le Memorie sono le nostre radici, ci fanno resistere al vento che ci vorrebbe strappare via o buttare a terra, i Sogni sono il nostro desiderio di andare, continuare, d’inventare qualcosa di nuovo per vivere davvero, sono i nostri rami che si protendono, sono le foglie che cercano un profumo nuovo, nel vento.

Quella che segue è la Sinossi di Miraggi di Memoria, nel libro ci sono 6 racconti nei quali la figura di Corto Maltese diventa un miraggio sempre più indistinto, però con José abbiamo navigato nel suo stesso mare e, forse, l’abbiamo incontrato.

Miraggi di Memoria

Corto Maltese è un eroe che non ha mai voluto essere un eroe ma soltanto un viaggiatore, questi racconti sono nati in viaggio lungo gli itinerari vagabondi di Corto.

Hugo Pratt, in tutte le sue storie ha lasciato piste, segnali da seguire, personaggi da sviluppare, luoghi e tesori da inventare per continuare a cercare perché il valore principale di Corto Maltese è proprio l’invito al viaggio, fisico e mentale.

Queste storie vogliono essere un omaggio ai valori di curiosità, fantasia e libertà che mi ha trasmesso Hugo Pratt.

Corto non è mai stato un fine, ma sempre un tramite verso qualcosa di diverso.

Una veranda su un’isola caraibica può essere il punto di partenza per un viaggio alla ricerca della musica e della sofferenza che si respirano fra le piantagioni di canna da zucchero o nei desolati porti dell’oriente cubano.

Le vette dei vulcani sudamericani, le isole perse nell’Oceano e lo sguardo dei Moai ci spingono a ricercare mappe e tracce dei mondi perduti di Atlantide e Mū.

Le frastagliate coste scozzesi sono l’ambiente adatto per provare a immaginare una storia che profumi di whisky, erica, muschio e nebbia come nei racconti di Stevenson.

Le storie di Corto Maltese non sono soltanto avventure, sono inviti a superare le apparenze.

Quando Hugo Pratt disegnava ho visto bellissime visioni scaturire dai suoi acquarelli, sembrava di guardare attraverso un cristallo magico.

Ho provato a raccontare quello che c’è oltre le immagini, ho provato a incamminarmi lungo itinerari fantastici che partivano dalle sue avventure o da percorsi reali, perché Corto è un invito a viaggiare liberi e leggeri oltre il tempo e lo spazio.

In un tango argentino c’è una frase che dice: “Oggi entrerai nel mio passato”.

Ci sono tre tempi in queste poche parole, il presente, il passato e il futuro.

I “Miraggi di memoria” sono questo: emozioni, visioni e ricordi lungo una strada vagabonda.

Chi meglio di José Muñoz poteva camminare lungo queste strade polverose o navigare fra queste liquide, ipnotiche rotte?

Ci voleva il suo realismo magico, i suoi vuoti e pieni, il jazz dei suoi segni neri, la musica dei suoi silenzi per raccontare un altro Tango nel cortile di un gommista di San Isidro, per seguire il viaggio di un gruppo di cacciatori di balene che incrociano un giovane Corto Maltese, per farci sentire il suono lontano di un tamburo africano o il profumo speziato delle ballerine caraibiche.

Non c’è un tempo preciso in queste storie, ci sono atmosfere, assenze, deviazioni, cambi di rotta per raccontare ancora una volta quel mondo di avventure che Corto ci invita sempre a ricercare.

Marco Steiner

ottobre 2018

 

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